R.E.M. – Automatic for the People

R.E.M. – Automatic for the People

Su quest’album se ne sono dette tante. Forse troppe. Un album cupo. Un Michael Stipe fra la vita e la morte? Leggende nere (di cui molte poi smentite) a parte, a noi resta un pugno di canzoni pop in chiaroscuro, sussurrate e piante più che cantate, qua e là interrotto da guizzi inattesi (la rabbia politica di Ignoreland, ad esempio).
Si apre con Drive, ballad dal testo nonsense che Stipe declama su un tappeto acustico che diventa pian piano sempre più elettrico. Lo stesso sussurro anima l’ancora più crepuscolare Sweetness Follows, e il tutto è spiazzante per chi aveva ascoltato superficialmente quello che nell’album precedente, Out of Time, sembrava un mondo variopinto e fantasioso. In realtà, la “happy people” del ‘91 celava, neanche troppo in fondo, un’umanità in bilico. La stessa cui è dedicato Automatic for the People, sola eppure aggrappata con le unghie e con i denti alla vita. Come nella famosa Everybody Hurts, dove si parte con la voce che lamenta la propria umanità “che ne ha avuto abbastanza della vita” e poi la stessa voce recupera, insieme a chitarra e batteria, anche la voglia di combattere.
L’anima di Stipe è sempre in primo piano, come nelle canzoni dedicate alla memoria e alla giovinezza, su tutte Man on the Moon e Nightswimming. La prima è una canzone nello stile tipico dei R.E.M. con il drumming leggero di Berry, la chitarra gentile di Buck e il basso “rotondo” di Mills al servizio di un testo sul comico anni ’70 Andy Kaufman. Nightswimming è invece sul nuotare di notte, quando si è giovani ed incoscienti, e si regge su poche note di piano che sembrano voler descrivere lo scintillio della luna sull’acqua del fiume. E così si arriva alla fine, e all’inno al viaggio di Find the River.
Triste, si diceva. Sì, ma soprattutto molto umano.