Radiohead – The Bends

Radiohead – The Bends

Pablo Honey nel ’93 aveva mostrato un gruppo in grado di dire la sua nei fasti turbinosi degli inizi anni ’90, l’era del Britpop. Ma quel gruppo formatosi nell’88 a Oxford ancora non aveva imboccato la sua personalissima strada che poi li avrebbe resi un unicum sia per il decennio di loro appartenenza che per quello che sarebbe succeduto. Snobbati dalle ribalte, e di certo poco pubblicizzati dalla loro stessa Parlophone,i Radiohead non fecero molto parlare di sé col disco d’esordio, se non (inspiegabilmente) oltreoceano. In America infatti erano visti come un gruppo diverso da tutto il resto che girava attorno allo showbiz europeo. Creep era stato l’unico pezzo che gli aveva donato celebrità, la perla di quel primo disco irruento e un po’ acerbo, ancora troppo influenzato dai suoni Rem,Nirvana,U2, eppure già costellato di piccoli capolavori incompleti (vedi Stop Whispering, Thinking About You, Blow Out). Nel ’94 Thom Yorke e compagni ci riprovano, questa volta cambiando quasi totalmente indirizzo. Restano le improvvisazioni rapsodiche e l’impronta manierista rock, in The bends, però, a impressionare è la cifra stilistica del sound e delle ballate pop. Il salto qualitativo dal primo al secondo lavoro è perfino sconcertante se si pensa che in pochi mesi Yorke e Grenwood creano uno nuovo stile Radiohead (non ancora quello stile che li renderà tra i padrini del post-rock e della sperimentazione) che non disdegna di riallacciarsi al passato ma senza peccare di mancanza d’originalità. Sono i riverberi smithsiani ad emergere in The Bends, un disco che è già critica e attacco al sistema-mondo moderno. In Placet Telex si rimanda di qualche anno il discorso sperimentale che si riproporrà con l’intro di Ok Computer, Airbag, quanto mai simile al sound spaziale ed etereo dell’open track di The Bends. E’ ancora presto per la fase androide del quintetto di Oxford, nel ’94 siamo in piena tempesta Brit-pop e di certo non si può dire che Yorke e soci non se ne siano accorti. Ecco allora le grandi ballate che mancavano nel lavoro d’esordio, ballate pop-rock ma alla maniera Radiohead: High and Dry e Fake Palstic Trees lasciano intendere che il punto forte dei Radiohead ora è la struggente malinconia dei brani acustici rivestiti dalla voce intimista di Yorke. Nice Dream e Bullet Proof sono emozionanti, non solo e non tanto per la profondità del cantato di Yorke, ma per la pulizia sonora e la maturità dello stile. I Radiohead con Nigel Godrich iniziano a dare lezioni di classe e l’apice del virtuosismo espressionistico del pop radioheadiano è raggiunto in My Iron Lung, insidiosa ballata interrotta da scatti di schizofrenia cronica yorkiana, Black Star, gemma bucleyana (è soprattutto nella tempra vocale che Yorke, più che ad altri, si ispira indiscussamente a Jeff Buckley) in cui si intrecciano, alla loro maniera, le tre chitarre di Yorke, Greenwood ed O’Brien; ma soprattutto Street Spirit, la danza evocativa inquieta a conclusione di un disco che fa della sua classe e originalità il suo punto di forza. Per molti resta un buon disco, nient’affatto paragonabile alle devastazioni sperimentali di Kid A e Amnesiac; in realtà The Bends è uno dei più grandi dischi registrati negli anni ’90, senza la ricerca di quel necessariamente ultra-sperimentale che contraddistinguerà nel seguito la carriera dei Radiohead. The Bends non è solo il trampolino di lancio verso il pluricelebrato Ok Computer, nè l’istantanea di un gruppo semplicemente raffinato nelle melodie rispetto agli esordi ma ancora lontano dalla svolta epocale del terzo disco; è invece il disco più diretto e classico che Yorke e compagni abbiano mai scritto, il disco che i Radiohead non rifaranno più.