Rolling Stones – Exile on Main Street

Rolling Stones – Exile on Main Street

Avete presente lo stereotipo del rocker maledetto e del suo habitat naturale, fatto di cantine polverose, vecchie chitarre scordate, donne, pusher e Burbon a fare da suppellettile su ogni mobile?
Ecco, se ancora oggi, nel XXI° secolo, tutto ciò ci sembra quanto di più vicino alla vita delle rockstar settantiane, buona parte del merito è da attribuire ai Rolling Stones ed a tutto ciò che li circondava.
Alla fine degli anni '60, in piena Summer of Love, in pieno periodo sperimentale, in un mondo discografico fatto di musiche concettuali, gli Stones si lasciano alle spalle tutte quelle menate hippy (non senza averci provato, con scarso successo) per un sano ritorno alla musica delle origini, al blues riecheggiante di dolore, al gospel, al rock'n'roll primordiale fatto di schitarrate e rabbiose urla sguaiate.

Così, in rapida successione, dal '68 al '72, allontanato Brian Jones, vera anima sperimentatrice della band (morto nel '69 in circostanze ancora misteriose),sfornano quattro dischi (Beggars Banquet, Let it bleed, Sticky Fingers ed Exile on Main Street) destinati ad entrare con prepotenza nella storia del rock'n'roll, ponendo solide basi per quello che, pochi anni dopo, verrà chiamato Punk.
Ma se i primi due segnano un punto di svolta nella carriera dei cinque ragazzi londinesi, virando decisamente dal pop delle origini al rock'n'roll più deciso ed a tratti perfino "malvagio" (Sympathy for the devil, Gimme Shelter, Midnight Rambler su tutte), i secondi, Sticky Fingers ed Exile sanciscono la definitiva consacrazione degli Stones come "greatest rock'n'roll band in the world", non tanto per la qualità delle canzoni, bensì per tutto ciò che si cela dietro e dentro quei dischi.

Agli inizi degli anni '70, pressati dalle ingenti tasse del Governo Inglese, dai problemi con la giustizia e personali, gli Stones prendono la via dell'esilio per iniziare le registrazioni del nuovo disco nella frizzante atmosfera della Costa Azzura, tra le mura della villa di Nellcote, piccolo paesino nelle vicinanze di Nizza. Tuttavia la villa, pur essendo un piccolo paradiso terreste, dotata di ogni lusso, a picco sul mare e con un parco privato, mancava soltanto di un piccolo ma fondamentale particolare: lo studio di registrazione.
Nessuno mai aveva caricato un intero studio, compreso di microfoni, banchi mixer, compressori e quant'altro, su un furgone, allestendo così il primo studio di registrazione mobile (la cosidetta Stones Mobile – citata dai Deep Purple in "Smoke on the Water). Nessun fonico dotato di un minimo di razionalità – che nel rock'n'roll non serve- avrebbe mai acconsentito a creare una sala nelle cantine della villa, scantinati umidi e puzzolenti, senza pavimento e con una resa sonora, alle orecchie di un purista, pari allo zero.
Le sessions per il disco procedono a rilento, gli Stones ed il loro entourage sono più avvezzi ai divertimenti sfrenati, le takes sembrano più che altro improvvisazioni momentanee, su basi country, blues e folk, che vedono anche partecipare amici ed altri musicisti (Gram Parsons dei Yarbirds e Flying Burritos tra tutti, ma anche Ronnie Lane e Pete Townshned).

I microfoni, tuttavia, erano sempre pronti ad imprimere su nastro quei raptus di irrazionale genio, lampi musicali che avvenivano alle ore più disparate della giornata e potevano protrarsi per giorni, senza pausa alcuna, tra le ammuffite pareti di Nellcote. Ed è proprio da questo che la magia di Exile on Main Street prende vita. La sincerità musicale di quelle registrazioni, di quelle canzoni, di quegli strumenti e di quelle voci, risulta disarmante. Ad ascoltare ogni singolo brano sembra che tutto stia accadendo in quel momento. Sembra di essere seduti lì, su un divano ammuffito, mentre Keith Richards strimpella e Jagger, stanco, svogliato, così tremendamente sexy, biascica il testo di "Stop breaking Down" o "Shake your hipes", canzoni della tradizione blues americana (Robert Johnson e Slim Harpo). Sembra di essere li mentre sotto gli occhi del "maestro" (non solo musicale) Gram Parsons, risuonano le note di "Sweet Virginia", manifesto d'amore scanzonato per quello che di buono offre la terra, impreziosito dall'assolo di sassofono del fedele Bobby Keys e dall'armonica estremamente country di Jagger.
E lo stesso Mick Jagger sembra così sincero e vicino mentre, a bassa voce, intona "Let it loose" o Shine a light", accompagnato dal pianoforte di Ian Stewart (il sesto Rolling Stones) e dal graffiante Hammond di Hopknis.

Intuizioni, sensazioni, emozioni avvolgenti ma momentanee. Niente fronzoli, nessuna sovraincisione superflua. "Tumbling Dice", brano portante del disco, nasce direttamente tra le coperte di un ispirato Keith Richards, che, aperti gli occhi a un nuovo giorno di eccessi, si è trovato tra le dita uno dei riff che più hanno caratterizzato la storia degli Stones. Richards si cimenta nel cantare anche Happy, continuando la tradizione che lo vedeva già alla voce in "Let it bleed" (You got the silver) e che lo porterà a eseguire molti altri brani nei dischi successivi.
Exile on Main Street consta di 18 brani, molti dei quali possono apparire troppo banali o ripetitivi ad un ascoltatore "mordi e fuggi", incapace di godere dell'opera nella sua interezza, di farsi trasportare dall'imperfezione così perfetta di quel suono che i tecnici chiamano lo-fi, incapaci di calarsi dentro quelle atmosfere buie e polverose ma allo stesso tempo calde e genuine.

Questo è Exile, anello di congiunzione tra il primigenio blues ed il punk, con i suoi eccessi e con i suoi crolli improvvisi, con le sue sbronze e con la sua purezza ancestrale.

Questo è Exile, musicata biografia bianco e nero del rock'n'roll, esilio volontario sulla strada principale,un sincero ritorno alle origini,un insieme perfetto di emozioni dal sapore di vino francese e tabacco Virginia.