Rolling Stones – Sticky Fingers

Rolling Stones – Sticky Fingers

All’inizio degli anni ’70, gli Stones si affacciavano al decennio che secondo i puristi avrebbe segnato l’inizio della fine con la consapevolezza di chi aveva dato almeno tre o quattro capolavori alla storia del rock. Archiviato senza troppi complessi il fantasma di Brian Jones, prendevano Mick Taylor a fare da gregario e chiamavano nientemeno che Andy Warhol a mettere un’inguine rivestita di denim in copertina.Il contenuto dei jeans è abbastanza evidente e scandaloso (per l’epoca), e il contenuto dell’album va di conseguenza.
Jagger e Richards non rinunciano ad essere la parte bianca sporca e cattiva del r’n’b: a costo di suonare anacronistici, puntano a compattare quel suono, danno un gran ruolo ai fiati, spingono sull’acceleratore del nascente hard rock. Perduta l’inventiva e il genio sregolato del loro polistrumentista, non gli resta che scommettere sulle radici profonde della loro musica. E, perlomeno nel caso di “Sticky Fingers”, vincono.
A partire dall’attacco poderoso di Brown Sugar, scatenato e controverso inno all’eroina che “riscalda il freddo cuore inglese”. Altrettanto politicamente scorretta e musicalmente travolgente è Bitch, r’n’b che esalta la sessualità più selvaggia. La ricetta in entrambi i casi è semplice: un tempo veloce e saltellante, scandito magistralmente da basso e batteria, un riff di chitarra tirato che si alterna alla perfezione con le bordate di sax e tromba. Su tutti, la voce di Mick.
Jagger, con la sua voce sguaiata, è l’interprete più azzeccato per queste storie dalla parte sbagliata della vita. Non interpretava semplicemente quei personaggi, lui era davvero l’amante impaziente di Can’t You Hear Me Knocking, o quello abbandonato di I Got The Blues. E i riff di Keith Richards ne erano la perfetta controparte, facendosi di volta in volta rantolo sexy e grezzo o lento, disilluso lamento.
Sister Morphine spicca, con la sua partenza sommessa, poco più di un lamento, per poi dar luogo ad un crescendo sconvolgente mentre entrano chitarra slide (di Ry Cooder, ospite d’eccezione), basso e batteria ad impazzire di pietas questo dramma tossico. Marianne Faithfull, autrice del testo e storica compagna di Mick, scomparirà poi nella dipendenza.
Per il resto, ci sono i loro blues brevi, tristissimi, scarni e antichi come You Gotta Move. O Wild Horses, ballad strappalacrime come poche. O la psichedelia da fattoni di Moonlight Mile.
Questo, nel 1971, era il sound degli Stones: le radici black e gli ultimi echi delle sperimentazioni dei sixties. In seguito sarebbe stato solo tutto un grande sforzo per dimostrare di essere ancora i soliti, vecchi Stones. Riuscendoci, spesso. Ma tornando raramente a queste vette.