Sisters of Mercy – Floodland

Sisters of Mercy – Floodland

Anno 1987. Magico perché, prima di tutto, dava i natali all’ormai leggendario “The Joshua Tree” degli U2; poi perché ricco di pop abbastanza elegante e, in prevalenza, inglese (si pensi, ad esempio, a quel capolavoro sonoro e video di “True faith” dei New Order) e poi perché elettronica (vi ricordate la mitica “Pump up the volume”- dance, dance!!- dei M.A.R.S.?) e rap (quello bello davvero e purosangue di Run Dmc e Salt ‘n’ Pepa) catturavano il pubblico come i cestini da pic-nic facevano venire l’acquolina all’Orso Yoghi. In questo anno di grazia musicale c’erano, però, ancora piccoli sprazzi di goth e di atmosfere cupe -ormai quasi, se non del tutto, sparite- rappresentate da un gruppo che, ai tempi, fece parlare molto di sé: The Sisters of Mercy.
Il loro “Floodland”, uno dei più noti del gruppo inglese, è uscito recentemente in ristampa con delle bonus track che sono delle vere chicche per gli appassionati delle atmosfere lugubri e della voce cavernosa del frontman Andrew Eldricht.
Ma partiamo dall’inizio. Il primo brano, “Dominion”, ha una batteria incalzante e non si fa fatica a datarla 1987, perché ha proprio il suono di quell’anno. Ma la voce del cantante riesce a rievocare i fasti della new wave più cupa, come quella dei Bauhaus di “Bela Lugosi’s Dead”. Il riff di chitarra è l’elemento meno inquietante del brano e si avvicina più al pop. “Mother Russia” parte con un assolo di chitarra che, pian piano, si affievolisce e lascia spazio a suoni di tastiere adatte ad un film su Dracula. La voce di Eldricht si fa sempre più cupa ed inquietante. In “Flood I”, invece, la parte del leone è affidata ad un incessante giro di basso, che rimane quasi invariato. “Flood II” ha la stessa parte iniziale del testo di “Flood I” (ovviamente entrambi i brani sono collegati l’un l’altro), ma poi le strofe cambiano e, comunque, è diverso l’arrangiamento, più improntato sul pop e più lento. “1959” è la ballata del disco, tutta al pianoforte, mentre “The corrosion” e “Never land” vertono più sullo spirito goth (anche se l’intro di batteria di quest’ultima sembra aver ispirato quello di “It must have been love” dei Roxette: è quasi uguale!).
Le bonus track sono interessanti, come la versione più lunga e più cupa di “Never land”, ma non è da meno neanche “Colours”, più vicina all’elettronica, mentre l’atmosfera di “Emma” è l’ideale per un film sugli zombi.
“Floodland” è, dunque, considerato uno degli ultimi album di un genere che, nei primi anni ’80, sapeva imporsi nelle scende più underground di tutto il mondo e che poi perse i colpi. Ma, non avendo, quel disco, totalmente le sonorità dell’inizio degli anni ‘80, nel 1987 risultava, quindi, molto attuale, perché ha proprio i suoni di quell’annata, specie nei giri di batteria. Oggi, invece, risulterebbe più datato di un disco dello stesso genere, ma uscito diversi anni prima; non importa, perché rimane un disco originale ed interessante, specie per le atmosfere che lo caratterizzano e per la voce cupa di Andrew Eldricht. Da avere, se non avete pregiudizi contro le sonorità di quel periodo (e non sono pochi coloro che disprezzano quegli anni, purtroppo; peccato per loro, non sanno che si perdono!)