Steely Dan – Aja

Steely Dan – Aja

Il 1977 è passato alla storia come l’anno della rivoluzione punk, la stagione dell’involuzione eretta ad arte spontanea, ma c’era anche chi – lontano da mode e costumi – continuava la sua ricerca sonora attraverso la raffinatezza, i meccanismi perfetti e le trovate sensazionali. Prendiamo ad esempio gli Steely Dan e il loro album manifesto: lo splendido “Aja”. Un disco sicuramente unico nel suo genere perché capace di vendere milioni di copie “malgrado” una tessitura sonora sì pop, ma d’altissima caratura. Insomma, un bel connubio di classe e sostanza che ancor oggi difficilmente trova riscontro nel resto del panorama mondiale.
Per mettere in pratica le loro trovate compositive, il duo Becker-Fagen chiamò a corte una nutrita schiera di musicisti scelti, oltre che per le loro innate capacità, secondo un criterio di millimetrica affinità alle strutture sonore che albergavano nelle loro menti.
S’intuisce fin dall’apertura della fascinosa Black Cow quanto le idee degli Steely Dan sono avvolte da una stoffa pregiatissima, che aspetta solo d’essere ricamata nel modo migliore. Il coro griffatissimo (Vanetta Fields, Rebecca Louis, Clydie King, Sherlie Matthews) rimarca e arrotonda le sinuose melodie, i fiati prolungano il mood fino a far apparire il tutto, grazie a un gioco di specchi rimarchevole, come un’infinita ricerca della perfezione estetica.
Una compiutezza mai banale e fine a se stessa. Tanto che la title-track si rivela un vero e proprio cammino ad ostacoli ritmico/melodici. Un percorso che in diversi momenti sembra finire in una strada senza uscita, ma che poi trova sempre o un rilancio ritmico o un assolo chitarristico in grado di far progredire un collage sonoro incantevole; nel finale il tenore di Shorter disegna l’ennesimo piano melodico di una musica dal sapore magnificamente improvvisativo, ma dove di casuale non c’è proprio niente.
Il disco non manca neanche quando si abbandona a una leggerezza più propriamente pop, nel senso dell’innegabile gusto di poter far fischiettare un motivo facile e allegro; Peg in tal senso è il modo migliore per conciliarsi con una musicalità distesa e disimpegnata. Tanto quanto l’intro trascinante di Josie, una minuscola, esplosiva, irresistibile cellula che si ripercuote durante tutta la track; riemerge, rimbalza e caratterizza un brano bellissimo. Il solo di chitarra appartiene a Walter Becker; un godibile sipario in mezzo ad una spettacolosa girandola di suoni e visioni.
“Aja”, inevitabilmente, è stato e continua ad essere uno dei dischi più saccheggiati d’ogni tempo; è, in effetti, una vera miniera d’oro per ricercatori di pepite melodiche originali. Non che questo rappresenti una vergogna oggi che il sampling è, in certi generi, una vera e propria via compositiva, ma bisognerebbe – lavoro sicuramente più impervio – cercare d’imitare anche lontanamente l’approccio, la filosofia, la prospettiva vincente di un duo che ha fatto della perfezione la base da cui partire per realizzare qualcosa d’importante.