Stevens, Sufjan – Illinoise

Stevens, Sufjan – Illinoise

Un gioco di parole, quello del titolo dell’album dell’americano Sufjan Stevens, targato 2005. ILLINOISE, il nome del disco, è il risultato tra “Illinois” (stato degli Usa) e “noise” (in italiano “rumore”), Sufjan non c’entra nulla con Cat Stevens -che ora ha un nome musulmano e che, comunque, ne aveva un altro di origine greca- ma ha un pò la sua stessa sensibilità nell’interpretare le canzoni di questo album. Una voce giovane, (quella del trentenne interprete americano) pacata e quasi sussurrata, caratterizza tutto “Illinoise” ed importanti sono le tematiche delle tracce, che ruotano intorno alle atmosfere dello stato americano in questione. Ogni canzone è un pezzo di Illinois, con la sua gente, le sue storie e le sue caratteristiche. Ad esempio si parla di un certo Casimir Pulasky (nel brano omonimo), uno dei tanti americani di origine russa o polacca. Chi sarà mai quest’uomo? Forse non è importante saperlo, ma lui è il protagonista della canzone e non si discute. Si narra anche della città di Chicago, con la sua Seers Tower, la sua frenesia e “Chicago” è un pezzo portante nell’album. C’è spazio anche per persone negative come John Wayne Gacy, l’uomo che si vestiva da clown alle feste di quartiere nella periferia di Chicago, amato e stimato da tutti, grandi e piccini, ma che, in realtà, era un mostro di cattiveria, capace di uccidere oltre trenta adolescenti, nascondendone i resti nella sua casa. Il pezzo intitolato, appunto “John Wayne Gacy”, è quello che commuove di più nel disco, pur non avendone intenzione: poche parole, semplici, normali, in un inglese ben comprensibile, ma che però, alla fine del brano, lasciano l’amaro in bocca. “Metropolis man” è, invece, il pezzo più ritmato e dalla melodia trascinante. Ogni canzone è una storia, raccontata con toni poetici e suoni malinconici, molto semplici, composti da chitarra, tromba, banjo, poca batteria e cori femminili che sembrano quasi parrocchiali. In questo album sembra esserci non solo l’Illinois, ma tutta l’America, non quella che Bush o quella che i programmi di Fox vorrebbero mostrare al mondo intero, ma quella vera, che sta vivendo una profonda crisi d’indentità sociale. E’ un’America, quella raccontata da Stevens, fatta di gente comune, con pensieri, sogni, speranze e paure; un po’ come tutti noi, del resto.