Tears For Fears – Songs from the big chair

Tears For Fears – Songs from the big chair

Realizzare un ottimo album rock può essere facile quanto difficile. Realizzarne uno pop, invece, è difficilissimo. I Tears for Fears nel 1985 lo sapevano e, quando fu pubblicato il loro secondo album (dopo un’accoglienza buona, ma piuttosto tiepida, del primo, “The Hurting”, nel 1983), “Songs From the Big Chair”, si comportarono con una certa prudenza, dopo il lancio, alla fine dell’anno precedente, del singolo “Everybody Wants to Rule the World”, che riscosse un enorme successo di pubblico. Ma l’album, inaspettatamente, conquistò subito il pubblico, che, travolto dal singolo “Shout”, lo decretò come uno dei pezzi più rappresentativi del 1985. La forza dirompente di questo brano, prima traccia del disco e facile da memorizzare, ma tutt’altro che banale, fa immediatamente capire di quale pasta sia fatto tutto l’album: pop lavorato con cura, melodicamente attraente, emotivo, dove l’animo e le tecniche di Roland Orzabal e Curt Smith vengono fuori tutte e spontaneamente. Le voci dei due Tears for Fears, che si alternano all’interno del brano, sanno ben mischiarsi ai travolgenti suoni delle tastiere che, per nulla invadenti, arricchiscono il pezzo di una energia senza paragoni nel pop di metà anni ’80. “The Workin Hour”, seconda traccia, è leggero e godibile fino alla fine, con un particolare alternarsi di pianoforte, tastiere e sax tenore, mentre “I Believe” è una ballata a tutti gli effetti, con un sapore vagamente jazz, specie nel riff pianistico. “Mothers talk” e “Broken” hanno un impatto violento e si avvicinano di più alle atmosfere del rock, pur non essendone parte. Altro punto focale e di forte emotività è “Head Over Heels”, la cui parte melodica si trova già nascosta in “Broken”. E parte quest’ultimo brano, dal vivo, però, è la coda di “Head Over Heels”, che non è rude come “Shout”, ma cattura per l’atmosfera piacevolmente emotiva e la melodia quasi struggente. Le tastiere, l’atmosfera notturna e le voci soffuse di “Listen” hanno un che di ipnotico e sono l’ideale introduzione alla parte strumentale dell’album, composta da “The Big Chair”, “Empire Building”, “The Marauders” e “The Conflict”, brani ricchi di campionamenti e di suoni sintetizzati, che nulla hanno da invidiare ai migliori Depeche Mode.
E’ difficile trovare le parole giuste per spiegare per quale motivo questo album sia tra i più seminali del pop degli anni ’80, ma, per il momento, sono i fatti a parlare: “Songs from the Big Chair” continua ad essere di grande fascino non solo per chi, in quel 1985, lo ha ascoltato fino alla nausea, ma anche per chi, ai tempi, era troppo piccolo oppure non era ancora nato.