Tool – Ænima

Tool – Ænima

Sono già passati quasi 10 anni da quando i Tool sono andati pericolosamente vicini alla perfezione con questo secondo LP della loro storia. “Già”, perché parliamo di un disco di una modernità delirante; potrebbe essere uscito l’altro ieri e ci troveremmo comunque a parlare di un gruppo avanti. E’ il 1996 quando il quartetto ridefinisce il significato della parola prog, decostruendo in 15 frammenti sonori trent’anni di tradizione rock e rimettendo insieme i pezzi in un nuovo ordine, in un’opera che trasuda genio e personalità da tutte le parti. Il viaggio dentro questo Ænima, come in un enorme edificio postmoderno dai tratti maestosi, ricurvi, oscuri tali da incutere timore e soggezione a tratti, può essere un’esperienza faticosa ed esteticamente dubitativa, ma infine tremendamente appagante e, contro ogni pronostico, vicina all’elevazione.. non prima di essere sprofondati nell’abisso sonico di cui si dirà.
Si capisce che questo non è il tipico disco mid-90’s sin dai primissimi secondi : apre le danze “Stinkfist”, introdotta da un curioso sample noisy, sincopato, e da uno stridente feedback di chitarra : c’è già di tutto, dalle suggestioni industrial alle violenze sulla sei corde che saranno parte integrante del variopinto mosaico. L’opener si snoda su movenze tarantolate, un incedere cadenzato, cui fa da contraltare, subito protagonista, la voce prima fragile e lontana, poi violenta e cattiva di Maynard James Keenan, un vocalist istrionico nelle movenze sceniche quanto nei cambi di registro, poliedrico e mai prevedibile, dotato di una carica emozionale priva di eguali, grondante comunicatività. Anche se in fin dei conti questa prima traccia nonché primo controverso (MTV ne censurò il titolo) singolo dell’album è la canzone più “canzone” del disco, capiamo subito la molteplicità di sensazioni che l’ascolto si appresta a darci, in un brano altalenante tra rabbia e distensione, frenesia e liberazione, tensione e catarsi. Non a caso le parole – sicuramente tra i (non pochi, l’avrete notato) punti di forza del disco a differenza di tanta parte di produzione rock dei Novanta – sono un’intimissima presa di coscienza, nascosta tra le righe della descrizione di un “fisting” (preso a soggetto, qui, per intendere metaforicamente un’esperienza di “sovrastimolazione”), dell’equilibrio interno che si ottiene in nessun altro modo che tramite il collidere e il compensarsi di sensazioni opposte ed estreme, in uno sballottare di emozioni che non ci dà tregua. E’ questa delle letture ulteriori una delle chiavi di volta, a livello lirico ma non solo, dell’intero disco : come in un’opera di dantesca memoria, ci si può fermare al livello letterale dei significati, oppure trascendere su piani metaforici o addirittura spirituali. La scelta è tutta negli animi di chi ascolta, e ci mette già di fronte alla profondità e allo spessore del lavoro cui ci troviamo dinanzi.
A seguire troviamo “Eulogy”, col suo incipit “rumoroso” e variopinto di suoni, spezzato poi all’improvviso dall’ingresso violento e chirurgico della band al completo. Il timbro cristallino e devastante della chitarra di Adam Jones indugia tra stoppati e accordi dall’impressionante architettura ritmica, tessendo un sapiente tappeto di riff molto particolari e mai banali; c’è, almeno nei giri portanti, una concezione personale della sei corde, quasi matematica, se vogliamo “fredda”, di ispirazione tendenzialmente crimsoniana (se proprio vogliamo arrischiarci nell’ingrato compito, nel caso, di sciorinare paragoni). Jones si prende il lusso di ridefinire il concetto di “assolo”, se si possono definire tali gli assalti cromatici, spesso e volentieri dissonanti, presenti nell’intero cd. Ma a questo punto sta già sorgendo il sospetto che il vero elemento discriminante dei Tool sia in realtà la sezione ritmica, e se ne ha la conferma, insieme alla definitiva smentita delle sirene affermanti che questo sia un semplice disco post-punk, quando intorno a metà brano da dietro le pelli Danny Carey (probabilmente al momento in cui scriviamo uno dei maggiori virtuosi in ambito rock, in senso non tanto tecnico quanto artistico a tutto tondo) propone un poliritmo (precisamente un “3 su 4”) che richiederà molti ascolti per essere musicalmente afferrato. Il punto è che lo studio e la ricercatezza tecnica dietro una consistente porzione delle composizioni fanno sì che, se in alcuni tratti del disco si ha la sensazione di essere di fronte a una malata e affollata creazione pittorica di un fiammingo, mettiamo Bosch, in altri si ha più precisamente il feeling straniante e desolante dato dal trovarsi a tu per tu con un’opera metafisica di un De Chirico qualsiasi (come nel poliritmo citato e, in generale, nei passaggi più tecnicamente ricercati). Anche in questo caso, nei testi si può scegliere di leggere una generica invettiva iconoclasta contro la religione, quella cristiana in particolare (obiettivo in verità tra i preferiti di Keenan, che si scaglia non tanto contro la fede in sé quanto contro la stupidità dei dogmi e dei dettami seguiti ciecamente) o in alternativa contro un qualsiasi leader autoproclamato alla guida di una massa (il Ron Hubbard di Scientology, infamato più in là anche in “Aenema”), o al contrario un grido disperato contro una figura-guida persa per strada.
Con “H.” si tira il freno, le atmosfere metalliche introdotte da uno sporchissimo basso distorto si sciolgono subito in un cantato mellifluo e poi in una sezione sorprendentemente quasi ai limiti dell’easy listening, che funge però solo da crescendo verso una nuova esplosione tribale, sempre condotta con stile e capacità superiori. Uno dei motti del drumming di Danny Carey è : far sentire distintamente ogni singola nota suonata, e ce ne rendiamo ben presto conto. Si rimane ancora stupiti dall’ecletticità vocale di Keenan, che incanta tra morbidi sussurri e scream sovrumani.
L’album scorre mantenendosi su elevati livelli qualitativi; a seguire, tuttavia, la breve clip noise di “Useful Idiot” funge in pratica da introduzione e crescendo per il brano che rimane uno dei picchi assoluti del disco e della produzione Tooliana. Parliamo di “Forty Six & 2” : il brano parte sinuoso sull’affascinante, vagamente esotica, splendida linea di basso di quel Justin Chancellor che si comprende con l’andare avanti dei minuti essere il vero valore aggiunto, probabilmente decisivo, rispetto al pur ottimo esordio su full length rappresentato da Undertow, disco grezzo (come il Paul D’Amour che si trovava a percuotere le quattro corde su quel cd), seminale, con dei momenti ancora validissimi ma comunque non all’altezza per pienezza e maturità artistica dei suoi due enormi successori (segno comunque, questo, di un’evoluzione netta e fertilissima). Il suono di Chancellor all’inizio di questo pezzo, con quel suo attacco forte, secco, cristallino, ci dà la dimensione esatta di quanto la band abbia trovato una sua personalità sonica compiuta : il resto lo fanno le chitarre di Jones, quadratura di cerchi sempre più perfetti, la voce drammatica di Keenan, e soprattutto la preminenza tribale di un Carey che sale in cattedra brano dopo brano. Il suo solo al minuto 4:32 è una sorta di personale “manifesto”, una summa di forza, resistenza, sensibilità ritmica e melodica, con il gigantesco batterista che si muove con disinvoltura lungo tutto il kit su un tappeto di 7/4 + 8/4 con la naturalezza e la classe dei più grandi. Ritmicamente imbattibili già dopo il quinto brano, i Tool vanno avanti continuando a non fare prigionieri.
“Message to Harry Manback” è un intermezzo giocoso, vagamente inquietante specie se 1.si è italiani 2.non si sa leggere tra le righe : su una romantica base di piano e soundscapes un uomo molto incazzato al telefono se la prende con svariati insulti bilingui non si sa con chi per essere stato sbattuto fuori casa. Keenan ha in realtà rivelato trattarsi di un ospite di un suo coinquilino dell’epoca (guarda caso, italiano) cacciato via a calci per aver svuotato il frigo e speso decine di dollari in telefonate in assenza dei padroni di casa.. La presenza di queste svariate mini-tracce “rumorose” o tra il serio e il faceto rivela una concezione sparsa nella tracklisting del disco vagamente zappiana, fatta di prese in giro e ironia neanche tanto velata, di cui è indispensabile essere muniti per capire appieno il senso di gran parte delle liriche e della poetica Keeniana, che per quanto risulti , in apparenza, definitivamente aggressiva lascia in realtà su questo lavoro ampi spazi al sarcasmo “intelligente”, tanto caro a quel Bill Hicks, “eroe scomparso” della critica corrosiva alla società USA cui è postumamente dedicato il cd.
Con “Hooker with a Penis” si torna a spingere forte sull’acceleratore : voce strillata e perennemente distorta (con quell’efficace effetto “citofono” che pervade tutto il lavoro), chitarre “zanzarose” di lontano stampo Kyuss, sezione ritmica in costante fase anaerobica. E’ sostanzialmente il brano più “pissed-off” e post-punk, ora sì (pur senza rinunciare ai tempi dispari qua e là), del disco : non a caso nei testi Maynard se la prende con un sedicente fan che lo aveva accusato di essere dei “sell-outs”, di aver venduto troppo e di essere stati rimbambiti dai soldi e dal successo (peraltro all’epoca non ancora clamoroso, in verità).. anche i Tool riflettono a modo loro, e non sarà un episodio isolato, sull’industria di cui volenti o nolenti fanno parte integrante.
L’organetto di “Intermission” (suonato dallo storico produttore David Bottrill) è un altro apparentemente inspiegabile, esilarante intervallo tra gli assalti sonori che costituiscono le vere e proprie canzoni ; viene però subito spezzato da un’altra opera magna, con lo stortissimo giro di “Jimmy” che irrompe, violento. Nelle liriche si intravede l’ombra delle voci, mai confermate, che vogliono Keenan vittima in giovanissima età di abusi sessuali, mentre musicalmente il pezzo spiega tra le altre cose perché i Tool siano stati da più parti paragonati ai Pink Floyd (o “i Pink Floyd con la pezza”), col suo incedere contorto, ossessivo di chorus e delay psichedelici, carico di risonanze lisergiche. A questo proposito è tuttavia interessante notare come, sebbene sia pacifico e innegabile che proprio con la storica band inglese i Tool condividano il fatto di essere forse uno dei gruppi “a più alto tasso di sostanze stupefacenti” (almeno in fase compositiva) della storia del rock, questo rapporto con le droghe assuma connotazioni alquanto più “positive” e responsabili di tanta parte della scena west-coast americana dei ’90. Keenan ha infatti dichiarato : “…penso che la psichedelia giochi un ruolo importante in quello che facciamo, ma detto questo, penso che se qualcuno è intenzionato a sperimentare questo genere di cose ha davvero bisogno di educarsi a riguardo. La gente che prende roba chimica come se niente fosse e senza nessun tipo di preparazione sull’esperienza che va a vivere tende a non avere nessun punto di riferimento, quindi si perde tutto quello che gli passa di fronte e tutte queste nuove prospettive. E’ solo uno spreco.. raggiungono un pizzico di illuminazione spirituale, ma finiscono col dire . Il trucco è usare la sostanza una volta per arrivarci, e passare magari i dieci anni successivi provando a tornarci senza la droga”. Ogni commento è abbastanza superfluo.
“Die Eier Von Satan”, dietro le sonorità industrial alla Nine Inch Nails (coi quali i Tool condividono molto musicalmente e non solo) e l’ambientazione da comizio di leader nazista, nasconde un altro siparietto : il testo in tedesco non è altro che la ricetta di un curioso biscotto all’hashish, tali “uova di Satana”. I Tool si divertono ancora a giocare con la vox populi che li vorrebbe gruppo satanico dedito al culto della Bestia e a pratiche demoniache, sebbene pare sia vero che il padre di Danny Carey fosse un massone e lui stesso sia molto interessato al mondo dell’occulto. Ma sarebbe sciocco prestare troppa attenzione a questi divertissements quando a ruota arriva un altro capolavoro : “Pushit” parte con un riff dagli accenti spostati in modo talmente esasperato da risultare efficacissimo, per poi cambiare spesso toni e dinamiche; la sezione centrale è inebriante di effettistica varia (Carey comincia a sperimentare con quelle percussioni tradizionali indiane, le tabla, che saranno protagoniste nella fantastica versione live del brano su Salival), in un crescendo orchestrato di rara potenza e bellezza (quel finale..). Si continua a viaggiare..
Segue “Cesaro Summability”, il cui titolo pare derivi da un criterio di convergenza delle serie matematiche, altro trionfo di sample e rumori vari dall’effetto stavolta davvero straniante e piuttosto inquietante, a introdurre l’ottima (simil-)title-track : “Ænema” parte secca su un riffone stoppato e a tamburi battenti, di sicuro uno dei brani apparentemente più diretti e per questo richiesti della band, che però nasconde svariate finezze, a partire dalla tarantolante andatura ritmica in 6, per proseguire con l’esasperata sezione centrale e il fulmen in clausola che si colloca nella tradizione, ormai l’abbiamo capito, dei “gran finale” alla Tool (che prosegue alla grande ad esempio su “The Grudge” e “Schism” nel successivo, definitivo lavoro Lateralus). I testi di questo pezzo sono decisivi : Keenan si scaglia in una sorta di apocalittica, grandiosa invettiva contro Los Angeles, città ormai sua non per nascita ma per adozione, augurandosi che il “circo di fricchettoni e stronzate” in cui la metropoli si è ridotta venga risucchiata via nell’oceano da qualche tipo di catastrofe naturale insieme a tutta la California, per concludere : “ci vediamo nella baia d’Arizona” (tanto che l’edizione americana del cd include nel booklet un’immagine che guardata da diverse angolazioni riproduce il progressivo distacco della penisola e la sua scomparsa nel Pacifico!). Keenan si staglia come un severo censore sui costumi dell’America obesa di eccessi e cattivo gusto, pare quasi di stare a sentire un Dante postlitteram scagliarsi contro “le nòve genti” della sua Firenze.. ma in questa lirica il cantante ci tiene a precisare esplicitamente, una volta per tutte, che il suo è “solo” un corrosivo sarcasmo (“try and read between the lines”).
Dopo l’ennesimo passaggio “ambient” di “(-) Ions” (“gli ioni negativi sono quelli che provocano sensazioni piacevoli, così in qualche modo questa è la nostra feel good song del disco”, ha dichiarato Carey), il disco volge infine al termine dopo quasi 80 minuti pieni sulle note e le divagazioni psichedeliche della mastodontica “Third Eye”, per molti aspetti il pezzo grosso del lavoro e non solo per questioni di minutaggio. Chancellor stesso lo definisce come “il remix definitivo” dell’intero Ænima : è in effetti il brano che riassume ed esalta tutte le qualità e le caratteristiche dei pezzi che l’hanno preceduto. Sezioni dissonanti e noisy, varietà sonica, ricchezza di timbri e melodie, ricerca ritmica : c’è davvero tutto in questi 15 minuti finali di trip e subdola aggressione mentale e fisica. Siamo alla fine del tunnel e Keenan ci invita ad aprire il terzo occhio, per ottenere una nuova prospettiva sulle cose, un cambio di punti di vista che, a livello non solo musicale ma estetico e con una più ficcante profondità di pensiero, i quattro non si sono stancati di fornirci per tutta la durata di questo clamoroso lavoro.
I Tool si sono rotolati nel fango nei bassifondi di Undertow, elevandosi poi a vette purissime di coscienza superiore col sublime Lateralus, passando per la galleria qui descritta di questo fondamentale Ænima.
Onestamente, siamo davvero molto curiosi di conoscere quale sarà il prossimo passo.