Waits, Tom – Closing Time

Waits, Tom – Closing Time

Il giovane Tom Waits esce dall’anonimato della sua cittadina natale, Pomona in California, ad inizio anni 70. Sebbene sembri l’ennesima legenda, Tom esordisce passando le nottate con la testa china sul piano, nei vari jazz club fumosi dell’ovest americano. La discografia di Waits può essere divisa comodamente in tre filoni, i 70 sono gli anni delle romantiche ballate, negli anni 80 la voce di Tom si fa ancora più roca e profonda, mentre la strumentazione s’infoltisce di uno spropositato quanto originale uso di strumentazioni particolari e bizzarre. L’attuale Tom Waits, figlio degli anni 90, ormai riconosciuto universalmente come genio assoluto, fa uscire in successioni album come “Bone Machine” o “Mule Variations”, diversissimi per stile ma entrambi di altissimo livello, fino all’ultimo “Real Gone”, dove Tom se ne fotte letteralmente di tutta la musica realizzata fino oggi, partorendo un album senza alcun riferimento, se non la sua voce e il suo genio. Tornando al suo esordio del 1973, la copertina di “Closing Time” ritrae un Tom appoggiato ad un piano colmo di cicche e bottiglie semivuote di birra, nell’oscurità di una qualsiasi notte americana. Soffici atmosfere jazz e blues vestono tutti i brani dell’album, mentre lui racconta di storie chiuse perché “… è ormai finita la magia dell’inizio…”(old shoes), di onirici sogni cullati da strampalate ninne nanna (midnight lullaby) e di strade desolate percorse alla chiusura del giorno (Viviginia Avenue). Ci sembra di vederlo Tom, mentre cammina da solo a tarda notte dopo l’ennesima esibizione, immancabile sigaretta in una mano e bottiglia nell’altra, con in testa il ricordo di Martha e le loro poesie dimenticate, inghiottite dal domani. Dostoevskij disse che …la bellezza salverà il mondo…, per chi crede nella poesia, ascoltare “Closing Time” sarà un viaggio emozionante, una dolce fuga dalla quotidianità.