A Buried Existence – The Dying Breed

Oggi la mente umana cerca di semplificare la complessa realtà. A pensarci bene ogni giorno siamo bombardati da informazioni ed il nostro cervello, per quanto potente esso possa essere, deve non solo immagazzinare ma anche catalogare tutti questi dati, capirne l'utilità, sfruttarli oppure cancellarli se non è possibile ottenerne giovamento. Così noi abbiamo imparato da noi stessi: qualsiasi evento, qualsiasi informazione, qualsiasi persona conosciuta dobbiamo etichettarla, dargli un nome, un appellativo per sapere in quale "cluster neuronale" inserirla.

Qual è il rischio? A parte l'errore grossolano, c'è che finiamo spesso per classificare delle cose che invece sono molto di più, e ci perdiamo molte sfumature che viste da un altro punto di osservazione sfumature non sono, ma elementi fondamentali di una proposta che difficilmente sarebbe arrivata all'orecchio, essendo filtrata male per il cervello. Questo è l'errore in cui sono caduti anche gli A Buried Existence, una giovane band calabrese che etichetta la propria musica come hardcore, ed è lo stesso errore che consapevolmente ripercorro io nel dover definire un genere alla loro prima uscita su LP, dal titolo "The Dying Breed". Mai errore fu così godibile: infatti fin dai primi brani di quest'album si intuisce che non stiamo trattando con una di quelle band figlie del punk "fuori era" che sfoggia cresta e borchie a non finire per ripetere gli stessi riff grezzi di 40 anni fa. Siamo dinanzi ad un death metal raffinato (due parole che non si incontrano spesso) in cui la velocità granitica dei Malevolent Creation si fonde alla potenza dei God Dethroned con degli ingredienti in più che personalizzano il sound della band.

E se con le prime tracce l'impronta death scavalca tutto (l'ottima "Perverted Church" dice tutto già dal titolo, segno che i quattro ragazzi non sono solo riff duri ma anche idee da diffondere tramite la propria musica), il grind in "Public Enemies", ripescando l'anima più estrema degli Unleashed, non è poi così scontato, grind che lascia spazio ad una "Unite", incontro poco fisiologico tra cavalcate punk e blast beat. Incroci variegati di melodie, seppur scarne come il genere insegna, e delle strutture di drumming trascinanti: ecco i punti salienti su cui i calabresi irradiano tramite la loro potenza.
Peccato per la produzione che potrebbe essere migliorata attraverso un missaggio più professionale dei suoni ma non possiamo che constatare che le idee ci sono tutte e che gli A Buried Existence potrebbero portare il metal estremo italiano davvero in alto.