Adams, Ryan and the Cardinals – Cardinology

Ryan Adams and the Cardinals – Cardinology

Ryan Adams conferma ancora una volta la sua famigerata iperproduttività musicale sfornando il decimo album in appena 8 anni di carriera da solista.
Lasciati gli indimenticabili Whiskeytown nel 2000, il rocker di Jacksonville ha esordito con un uno-due fulminante, piazzando due capolavori come HEARTBREAKER (2000) e GOLD (2001), spingendo la critica a muovere paragoni azzardati come “nuovo Springsteen” e addirittura “nuovo Neil Young”.

Tali vette ispirative non sono più state toccate dal buon Ryan (ad esclusione di LOVE IS HELL del 2004) che, fregandosene delle aspettative create dall’ottimo esordio, ha fatto seguire album a ripetizione, non tutti però perfettamente a fuoco. Da COLD ROSES (2005) in poi, la carriera del nostro rocker è stata caratterizzata da un generale appiattimento verso un rock mainstream che ha deluso soprattutto chi segue Mr Ryan dai tempi degli Whiskeytown, considerati i Nirvana dell’alternative country.

CARDINOLOGY segue di un anno EASY TIGER, album di onesto rock elettroacustico senza infamia nè lode, e mostra più di qualche spiraglio positivo per i molti fan di questo particolare artista. In verità in questo nuovo disco non sono del tutto assenti canzoni dove l’elemento portante è il mestiere, più che l’ispirazione: l’iniziale “Born into a light”, “Let us down easy” e “Sink ships” sono tutti brani che non tengono più di qualche ascolto risultando presto stucchevoli.

D’altra parte, sono molto più numerosi i pezzi che mostrano un confortante risveglio artistico del buon Ryan: “Go easy”, “Fix it” e “Magick” hanno tutte le caratteristiche per diventare dei classici, una solida struttura ritmica (grazie agli ormai fidati Cardinals), ritornelli irresistibili e la voce di Adams in stato di grazia.

L’intro di “Cobwebs” riporta maliziosamente alla mente gli Who per poi evolversi in una ballata nervosa dove la voce di Ryan raggiunge una profondità ragguardevole. Nella gustosa “Natural ghost” esce fuori tutto l’amore del rocker di Jacksonville per Neil Young ed il falsetto usato nel ritornello sembra molto più che un omaggio verso il “loner canadese”.

Chiude il disco la bellissima “Stop”, ballata pianistica che esalta le doti canore di Adams e soprattutto porta il disco ad un livello ispirativo che ricordavamo solo nell’ormai lontano LOVE IS HELL. Un disco non trascendentale che però rimette a fuoco la carriera di Ryan Adams che, a 34 anni suonati e 10 dischi alle spalle, ha forse smesso di essere l’eterna promessa del rock stelle e strisce.