Amplifier – The Octopus

The Octopus vede ufficialmente la luce il 31 gennaio del 2011. Il nuovo doppio album degli Amplifier ha avuto una gestazione per lo meno complicata che i fan della band di Manchester hanno potuto seguire passo passo sul sito ufficiale del gruppo. “Insider”, l’album precedente, è ormai distante più di 4 anni e quando nel Marzo del 2008 una nota  annunciava che la band era al lavoro sul loro terzo e quarto album ciò non fece altro che far lievitare l’attesa giorno dopo giorno. Circa un anno dopo quella manciata di tracce avrebbero poi serrato i loro tentacoli andando a creare quel “The Octopus” che è finalmente pronto.

Premessa: Chi scrive è un fan sfegatato del gruppo di Manchester. Dopo aver ascoltato l’album di debutto e l’ep “The Astronaut Dismantles” che lo seguì dopo poco si gridò infatti al miracolo pensando di aver scoperto un gruppo assolutamente strepitoso. Con l’entusiasmo parzialmente smorzato da un secondo disco non all’altezza del primo (ma comunque valido) ecco che ci si avvicinava a The Octopus con moderato ottimismo mitigato però dal timore di essere smentiti e rimanere delusi soprattutto date le inevitabili grandi aspettative.

Beh, aspettative che, dopo un attento ascolto, risultano addirittura superate.

Ma facciamo un passo indietro. Che musica fanno gli Amplifier? L’occasione per l’autocitazione è troppo ghiotta: “Il loro discorso è un omaggio a quanto il rock contemporaneo può offrire attraverso un viaggio attraverso tutto il rockerama che fa visita ai primi Radiohead, passando per l’alternative prog inglese attuale di gruppi come Oceansize e poi non teme di buttarsi in picchiata in direzione Tool, con tutti gli sballottamenti del caso. Se poi i fraseggi di chitarra del leader Belamir ricordano da vicino quelli di Kim Thayil dei Soundgarden, si ode più forte lo scorrere di sangue grunge nelle vene, contaminato però da scorpacciate di Pink Floyd e funghetti vari.” Più o meno così li descrissi a suo tempo.

In The Octopus, tutto ciò è semplicemente elevato all’ennesima potenza. Il disco è un vero e proprio compendio di tutto ciò che l’alternative può offrire: in 120 minuti si tocca progressive, grunge, rock psichedelico, hard rock anni 70, sperimentazione, post, metal, rock classico, space rock. Tutto però suona orginale, freschissimo, colpisce immediatamente e convince come solo i grandi dischi possono fare. Non una nota fuori posto, nè un effetto, un suono, una scelta stilistica, un arrangiamento o una sterzata armonica. E il bello è che, nonostante sia un progetto complesso e articolato, la proposta può piacere anche a chi possiede un orecchio poco incline alle sonorità più ricercate: il tutto difatti è imperniato su una struttura melodico/ritmica di sicuro impatto in grado di renderlo talmente avvincente da permettere ai suoi tentacoli di prendere inevitabilmente possesso della mente di chi ascolta: sfido chiunque a non battere il piedino seguendo l’incedere di “Interglacial Spell” o a non rimanere estasiati dalla coda della stupenda “Interstellar”, distillato purissimo di ciò che Octopus arriva ad essere. Così tra un intermezzo pianistico/operistico di ispirazione Queeniana (!!!), perentori riff incanzanti, stacchi psichedelici, aperture fluttuanti e un groove di fondo assolutamente irresistibile si giunge in un lampo alla fine delle due ore di questo intarsio pressochè perfetto. Un lavoro ambizioso, a volte volutamente pomposo, arrembante, contemplativo, stralunato e potente che sa bene come dosare forza e gentilezza.

Un album consigliato a tutti gli amanti della buona musica. Acquisto praticamente obbligato.

 

N.B. Chi volesse farsi un’idea chiara prima dell’inevitabile acquisto, qui è possibile ascoltare The Octopus per intero.

N.B.2  Qui invece trovate il video del singolo del disco, “The Wave”, esaltante spettacolo audio/visivo