Anathema – Weather Systems

Gli Anathema sono stati uno dei più importanti gruppi doom di tutto il panorama metal. Cupi, crepuscolari, pesanti e al tempo stesso capaci di un'intimità senza fine: queste le caratteristiche dei
loro primi meravigliosi dischi. Destò scalpore difatti la loro scelta di trasformarsi gradualmente in qualcos'altro che, lasciando pian piano la strada vecchia, iniziava ad abbracciare nuovi percorsi che andavano in direzione alternative con derive psichedeliche, virate indie in foreste dark wave, e accenni di post. Tutte scelte stilistiche difficili da abbracciare dopo un inizio così distante, ma la band riuscì nel miracolo di non sbagliare alcun disco. E diventarono così una delle più importanti band alternative dark del panorama europeo.
Sembrava definitiva la sterzata presa con "A fine day to exit" che riusciva anche a donare un ascolto più facile, una maggior attenzione degli arrangiamenti e del sound e una forte impronta post rock venato di progressive, pieno di sterzate ed evoluzioni che li spingeva in altri universi rispetto agli esordi. "A Natural disaster" non faceva altro che ribadire il fatto che gli Anathema di un tempo avevano ormai ceduto il passo a qualcosa di diverso, sempre velato di una certa malinconia e crepuscolarità, ma sicuramente più "docile" e aperto ad un ascolto maggiormente rilassato.
Fine???
Neanche per idea.
Dopo una manciata di anni di assordante silenzio "We are here because we are here" piombò sui fan di vecchia(e nuova) data con un gruppo ancora una volta trasformato. Non c'è quasi più spazio per il pessimismo, nè tantomento per la pesantezza di un destino avverso. Qui c'è luce, e soprattutto positività. Gli Anathema erano tornati un disco che trasudava positività, luce, candore, alla loro maniera certo, ma che suonava quasi come un paradosso: la scritta Anathema su quella copertina accecante era più che un ossimoro.
Ed era un buon disco, di rock aperto, vivo, venato di post rock e shoegaze che sciorinava sonorità aperte che raggiungevano il culmine nella stratosferica "Universal": compendio dell'intimità mai persa dagli Anathema, condito dal loro amore per la psichedelia Floydiana e sublimato da archi sopraffini.
Fine della storia. Passiamo all'attualità.
E serviranno ben poche parole: "Weather Systems" è un disco di una classe immensa che profuma di ispirazione purissima. Se il precedente era luminoso, "Weather Systems" è accecante. Uno squarcio di cielo limpido tanto bello da far male al cuore, da colpire a fondo, da riuscire anche a commuovere.
Una partenza da brividi, almeno 6 capolavori in un disco di 9 tracce con nessun colpo a vuoto: ciò che allieta le nostre orecchie è forse la definitiva trasformazione, la farfalla finalmente completa.  Poco più di un'ora di musica che rapisce l'ascoltatore con intrecci armonico-ritmici brillanti sui quali le melodie disegnano intarsi multiformi, luccicanti, toccanti.
Le tracce sembrano incastrarsi naturalmente l'una nell'altra e hanno tutte un andamento in costante crescendo, ben distante dalla normale forma canzone, montando lentamente come onde che al climax deflagrano in tutta la loro irresistibile carica emotiva.  Ed è proprio imperniandosi su questa carica che si muove una brezza vorticosa di post rock, alternative, dream pop, rock psichedelico, indie e wave così distante dai dischi d'esordio ma che in un certo modo è talmente vasta da riuscire ancora a contenere e trasmettere il vecchio marchio Anathema.
Sicuramente Steven Wilson in produzione ha dato una grossa mano alla riuscita pressochè perfetta del disco, dotato di arrangiamenti sopraffini e suoni sgargianti, ma è l'intreccio vocale tra Vincent Cavanagh e una sempre più brava Lee Douglas a sublimare un lavoro che dire "consigliato" è poco.
Fan di vecchia data o più recenti, appassionati di musica o ascoltatori occasionali, fatevi avanti e ascoltate: nessuno potrà rimanere deluso.