Apocalyptica – Worlds Collide

Apocalyptica – Worlds Collide

Diciamoci la verità: i fan del metal, almeno quelli più open-minded, adorano quando la loro musica preferita incontra la musica classica. È dal seminale “Concert for group and orchestra” (1969) dei Deep Purple (riconosciuto come il progenitore di questa commistione) che tutti noi sbaviamo quando questi due mondi collidono (anche se i risultati non sempre sono stati soddisfacenti), figurarsi se l’ambiente non sarebbe stato recettivo verso questi ragazzi che, invece, hanno fatto il passo inverso: di formazione classica hanno raggiunto la fama rielaborando i pezzi dei Metallica con i loro violoncelli. Ne è passata di acqua sotto i ponti dal 1996, anno del loro debutto, ed i nostri sono riusciti a ritagliarsi uno spazio stabile nel panorama musicale, grazie all’indiscussa originalità (e qualità) della loro proposta: la loro fama ha raggiunto livelli tali che, un po’ come succede nei serial di successo americani, gli artisti “fanno la fila” per partecipare come guest sugli album degli Apocalyptica. Questo nuovo “Worlds Collide” si posiziona esattamente sul percorso tracciato dai suoi predecessori, spostando gli orizzonti ancor più verso lidi melodici e commerciali; “commerciale”, però, non è sempre una parolaccia e questo album lo dimostra: i tre violoncellisti finlandesi fanno un passo verso l’audience, ma senza snaturare sé stessi, riuscendo quindi sempre convincenti.
Il parterre de roi è di primissimo ordine e, dopo la title track, gli ospiti si susseguono senza soluzione di continuità: dal chitarrista giapponese Tomoyasu Hotei (i suoi brani cono presenti anche nelle colonne sonore di Kill Bill e Transformers) al singer Corey Taylor (Slipknot e Stone Sour) che presta la sua voce per la sferzante “I’m not Jesus” (la migliore traccia non strumentale dell’album). Gli Apocalyptica si servono ormai in pianta stabile del batterista Mikko Siren ed è una mossa azzeccata perché le percussione danno sicuramente più corpo ai loro violoncelli: “Ion” è la prova lampante di quanto appena detto. Il “vocione” teatrale di Till Lindemann (leader dei Ramnstein) ci porta nei meandri di “Helden” (cantata in lingua tedesca, quindi incomprensibile ai più), creando un forte contrasto col suono cristallino degli archi. Anche l’amico Dave Lombardo partecipa alla festa prestando il proprio drumming possente per la canzone più veloce del lotto, dove gli strumentisti si rincorrono sul tempo scandito dal batterista, rallentando per brevi tratti e poi ripartire.
Gli highlight dell’album sono sicuramente le strumentali, dove gli Apocalyptica sono più liberi di esprimere il loro estro; soprattutto verso la fine dell’album, le tracks che si avvalgono del cantato risultato troppo ammiccanti e scontate, facendo calare il ritmo: “I don’t care” e “S.O.S. (Anything but love)” (in cui partecipa la nostra Cristina Scabbia, voce dei Lacuna Coil) si abbassano troppo per risultare appetibili al pubblico, col risultato di essere solamente inutili. Per fortuna ,a chiusura dell’album, c’è la notevole (e straziante) “Peace” che fa sì che alla fine dell’ascolto non rimanga l’amaro in bocca per una seconda parte sottotono.