Arctic Monkeys – Favourite Worst Nightmare

Arctic Monkeys – Favourite Worst Nightmare

Gli Arctic Monkeys erano attesi al varco da molti, è inutile negarlo. Perché il dirompente e alquanto dissacrante successo dell’album d’esordio aveva provocato una spaccatura netta, tra chi credeva di trovarsi (finalmente) di fronte ad una band fenomenale e chi pensava nell’ennesima meteora mediatica.
Favourite worst nightmare non chiarisce completamente la situazione, ma fornisce forti indizi che portano alla prima ipotesi. Infatti, a differenza di Whatever people say I am, that’s what I’m not, che sembrava una specie di collage messo insieme sull’onda dell’imprevisto successo, questo nuovo lavoro presenta dodici brani compatti, brevi, movimentati e diretti.
Finalmente un disco che bada al sodo fin dall’avvio, Brainstorm proietta subito l’ascoltatore in un vortice poderoso, senza preliminari di sorta e senza introduzioni ingannevoli. E poi non c’è tregua, Teedy Picker, D is for dangerous fanno rivenire in mente i folgoranti inizi stile Ramones.
La band, senza mai cadere nel bieco riciclaggio, riesce bene nella fusione dell’atteggiamento punk con un rock-pop da ballare distrattamente in club alla moda (505), o da poter saltellare sotto un palco (Old yellow bricks). La corsa continua conoscendo pochi (ma necessari), pit-stop ritmici (Only ones who know) e invoglia a un nuovo giro, e successivamente ad un altro senza annoiare.
Quindi, in meno di quaranta minuti, Alex Turner e soci affermano la loro posizione di rilievo nell’ambito della scena indie-rock, mettono qualche dubbio in più agli scettici della prima ora, e fotografano autorevolmente un momento che altro non è che un “non-momento” in senso di stili, correnti e “file under” forzatissimi.