Arctic Monkeys – Humbug

Arctic Monkeys – Humbug

Niente di stupefacente. Fatta eccezione per una manciata di pezzi, la terza prova delle scimmie artiche non colpisce a pieno. Il tanto atteso “Humbug” è di fatto un lavoro che suona benino per quel che riguarda la sua prima metà; i problemi arrivano con la seconda parte del lotto, all'interno del quale regnano prevedibilità e ripetitività (alla faccia del sapersi rinnovare e reinventare).

La voce di Alex Turner taglia in due le tracce, regalando al disco un tocco di intelligente aggressività e di sana strafottenza british. Del resto anche i suoi testi, conditi di un ermetica e amara ironia, vanno a posizionarsi tra le poche conferme positive che la band inglese si porta dietro dopo i primi due dischi.

Le note negative, dicevamo, si chiamano ripetitività e prevedibilità. Chiaramente il marchio di fabbrica di una formazione non può e non deve essere messo da parte, ma siamo convinti che, in un mercato che propone ogni giorno numerose novità (più o meno interessanti) il non sapersi rinnovare può divenire un'arma a doppio taglio, soprattutto per una band giovane come gli Arctic Monkeys.

Gli spunti degni di quell'esordio fulminante che prende il nome di “Whatever People Say I Am, That's What I'm Not” ci sono eccome: si veda il rock sanguigno e prepotente di My Propeller o il Pop raffinato di Cornerstone, in cui la formazione britannica ci stupisce con sonorità più rilassate e pacate e in cui l'ascoltatore viene rapito da emozioni solari e decisamente in controtendenza con il resto del disco. Troppo poco tuttavia per interessare l'ascoltatore degli anni '00; un ascoltatore che compra solamente i dischi che nascono pietre miliari e che riempe il suo iPod del resto delle uscite (quelle insomma prescindibili e relegate prima o poi al dimenticatoio).