B For Bang – Across the Universe of Languages

B For Bang – Across the Universe of Languages

Rivisitare un repertorio vuol dire prendersi un rischio, ancor più se si tratta di musica molto conosciuta; se poi si mette mano al songbook dei Beatles, vuol dire proprio andarsela a cercare. Ma si sa, ai grandi musicisti piacciono le grandi sfide, piene sì d’insidie, ma colme di altrettanto fascino. Ecco dunque come si giustifica un lavoro come quello dei B For Bang: musicisti di spessore (oltre all’ideatrice del progetto Katia Labèque spicca, tra gli altri, Giovanni Sollima con le sue tensioni violoncellistiche) e giovani dal sicuro avvenire capaci di andare oltre la semplice rivisitazione, inserendo passaggi personali che insieme alla musica dei fab four disegnano lo splendido percorso di “Across the Universe of Languages”.

Un gran lavoro sugli arrangiamenti e una pressoché completa dissacrazione degli originali rendono le molecole beatlesiane un pretesto per costruire un qualcosa che gira spesso a largo, e torna a riva giusto il tempo per prendere nuovo slancio e ispirazione. Belli i contrasti tra le vorticose spirali di David Chalmin in “Helter Skelter” e le delicate movenze di “Golden Slumbers”; rimarchevole l’intervento vocale di Meg in “Lucy in the Sky”, quanto la poetica di Patti Smith in “Notes for the Future” e la prova maiuscola di Ketell Keineg in “I Want You”. Vanno annotate sul taccuino anche le alchemiche visioni di Nicola Tescari in “Come Together”, a dir poco sontuosa, e “Happiness is a Warm Gun”, l’episodio meglio riuscito per coralità ed entusiasmo.

Katia Labèque si conferma artista di enorme spessore, in grado di fondere classicismo e innovazione, antico e moderno in un qualcosa di difficilmente definibile, che aspetta solo d’essere ascoltato con il massimo dell’apertura mentale e senza preconcetti.