Beck – Modern Guilt

Beck – Modern Guilt

È facile capire il perchè delle critiche ricevute da questo nuovo album di Beck: è davvero evidente, mancano i colpi ad effetto cui il folletto californiano ci aveva abituato. Quei continui ed inattesi cambi di stile, quell'irriverente e spiazzante commistione fra generi sembra essersi qui stabilizzata verso un sound che sarà anche di classe, ma non stupisce. A stupire è invece, la mancanza quasi totale delle sue care influenze hip-hop, che pure aveva recuperato in “The Information”. Stavolta ad affiancarlo nella produzione c'è Danger Mouse, l'attuale Re Mida del pop elettronico, che però non riesce ad imporre la sua personalità su quella del cantante, tranne che in brevi episodi: come quando in Replica o in Walls lo fa suonare come dei Gorillaz meno britannici. E non stiamo certo parlando delle migliori canzoni dell'album.

Tra l'altro in Walls, come in Orphans, c'è anche l'ospite Cat Power, che resta senza voto come a volte i calciatori nelle pagelle della Gazzetta. Certo che è scortese invitare una ragazza del genere in sala di registrazione e poi farle cantare solo un paio di cori quasi inaudibili.
I primi due singoli tratti dall'album, Chemtrails e Gamma Ray, inquadrano bene la cifra stilistica dell'album. Si tratta di due esempi di pop-rock sicuramente ben fatto, l'uno psichedelico e vivacizzato da percussioni impazzite, l'altro più movimentato e spensierato. Questo si può ancora chiedere a Beck, di trasformare in qualcosa di inequivocabilmente suo delle canzoni che altrimenti sarebbero apparse piuttosto scialbe. Di certo ha il mestiere per farlo, come quando applica il suo modo deliziosamente svogliato di cantare al ritmo blueseggiante di piano e chitarra della title-track; o recupera una briciola del funky che fu in Youthless.

Ma non è un caso che alcuni dei momenti che suonano più convincenti siano quelli più convenzionali e orientati in una sola direzione, tipo il riffone garage appena sporcato di elettronica di Soul of a Man o lo psycho-folk di Volcano. Una canzone, quest'ultima, che appare come il punto d'arrivo di quelle canzoni volutamente sporche e stralunate che il nostro scriveva da ragazzino impertinente degli anni '90.

Ma, appunto, parliamo di un Beck che viaggia verso i quaranta e che forse si è stufato di vedersi sempre costretto ad essere un genietto. Il problema è che, mentre questo disco si lascia piacevolmente ascoltare, magari ci si chiede anche se si tratta di un primo passo verso una fase più “adulta” della sua carriera o dell'ultimo capitolo dignitoso prima del declino.