Betularia – La Stanza di Ardesia

Betularia – La Stanza di Ardesia

Il lavoro dei Betularia parte con una soffusa atmosfera onirica. che non ci lascerà per l’intera durata dell’album: ma non c’è rischio di cadere addormentati grazie ai sussulti delle chitarre elettriche.

La voce di Simone Turchi si insinua subliminalmente ad accompagnare una melodia accattivante e ritmata che segue cavalcando le chitarre e i disturbi elettronici, fino a confondersi con essa.

Una lunga ballata post-moderna, "una notte fioca di lume", dà inizio a questo interessante “La stanza di ardesia”.
Si fa notare l’intrigante e imponente vocalità del cantante, specie nell’insistere iniziale sullo “Smorigerato vivere”.

A tratti si va a finire in toni eccessivamente smielati, quasi uno strizzare l’occhio alle ragazze della prima fila che con la Corona in mano (rigorosamente condita da una fetta di limone, non sia mai!) canticchiano il ritornello agitando i sederi e alzando il dito indice verso il palco con fare trasognato.
Si va avanti sempre in bilico fra rock melodico ed un pizzico di elettronica con Ferro Vecchio, ma si gigioneggia troppo su liriche altisonanti che trasformano una possibile sperimentazione stile CCCP in qualcosa di più simile ad una plausibile trasgressione di Renga.

La terza traccia dall’inizio decisamente New Age continua a volare a mezz’aria, spinge in alto ma senza osare, sarà ancora colpa di liriche eccessivamente corpose. Qualcosa di Lindo Ferretti continua a serpeggiare, ma non esplode e il tutto resta eccessivamente ovattato, benché l’arrangiamento si muova con esperienza lungo il tessuto sonoro.

Si continua su questo livello anche nella parte centrale del lavoro (siamo quasi a metà ma si stenta ancora a raggiungere quota, a parte un buon impulso nei finali dei brani, in particolare il semi-epico “Tutto a mio modo”); si cambia finalmente registro con “La quiete di ora”, ma solo per qualche secondo iniziale, poi si torna nell’orbita dei precedenti pezzi seguendo il consueto schema “introduzione musicale- cantato lento-cantato veloce-esplosione finale- ritorno alla quiete” che oramai non sembra più lasciarci.

Con “La calma e l’immenso” si cambia un po’ di registro: una sintesi a rallentatore di Subsonica e CSI (ancora loro, chissà perché il modo di cantare mi fa tornare sempre a Lindo Ferretti, naturalmente con meno presenza scenica e capacità di coinvolgere).

Il lavoro si conclude con gli ultimi due brani: il primo ritorna ai canoni del gruppo già descritti a fondo nella parte centrale. Il commiato è lasciato a una “Breve riflessione” cantata suadentemente su un piacevole e solitario giro di basso. Ma svanisce troppo in fretta.

Un lavoro discreto, che forse cresce troppo intorno ad una struttura ripetuta quasi a memoria.