Black Mountain – Wilderness Heart

Dopo due dischi, e altrettanti ep, arriva l’ultima fatica dei canadesi Black Mountain, ed è subito bagarre. La critica e i fan sono divisi fra adoratori tout court e detrattori che li considerano un fottuto bluff.
Il problema nasce dalla scelta, retrò, di usare suoni e riff tanto vintage da essere accusati di pescare a piene mani dagli anni settanta, risultando un clone insulso e senza idee proprie.

Bisogna premettere che il combo è insofferente alla fissa immutabilità. Siamo sicuri che Stephen McBean preferirebbe morire all’idea di non assecondare quella spinta interiore che lo costringe, per nostra fortuna, ad un continuo mutamento.
Già alle prese con i Pink Mountaintops, band simile ma molto più sperimentale, Mcbean ha voglia di osare, esige fratture importanti nei suoi percorsi musicali, tali da non inaridirlo.

Il risultato è Wilderness Heart, un disco più melodico e folk, meno dilatato ma senza creare una neoplasia degenerativa nei tessuti della band.
L’opener The Hair Song è fatta di voci che duellano, o duettano se preferite, come le chitarre di Mcbean e i sintetizzatori della Webber; rotondi accordi di chitarre acustiche affrontano fieri le vaporose tastiere.
Old Fags cambia registro decretato da un crescendo in pieno stile Deep Purple.
Le tastiere, di cui John Lord andrebbe fiero, gli conferiscono un’aura maestosa, irrobustita dal basso pulsante.

A quota tre, passo sempre molto difficile in una tracklist, una certa psichedelia acustica fa capolino fra arpeggi acustici, di pura matrice zeppeliana.
Le voci si inseguono, sostenendosi l’un l’altra, mentre le percussioni fanno il loro ingresso in sordina.
Immaginate il loro songwriting proiettato attraverso un prisma, posto a quarant’anni di distanza, che ne modifica lo spettro finale e avrete una diapositiva fedele del loro volto attuale.
In Let The Spirit Die il bicorde, ossessivo e veloce, sembra letteralmente rubato a Tv Crimes dei Black Sabbath, la temperatura interna s’innalza repentinamente, le voci s’inacidiscono prima di essere travolte da assoli torridi e tastiere ieratiche.

Amano giocare con i chiaroscuri i B.M. alternando momenti di pura tensione a vertiginose discese verso atmosfere blues, brumose e magnetiche nella trasfigurata Buried By The Blues.
The Way To Gone, omaggio chitarristico a Jimi Hendrix (concentratevi sul rifferama e scoprirete a quale brano ci stiamo riferendo), tira fuori il coniglio dai diffusori con una soluzione melodica (pop?) irresistibile.
Echi degli innovativi, e potenti, Blue Oyster Cult producono accecanti riverberi policromatici che si infrangono in aperti accordi distorti.
Chiude l‘intima Sadie guidata dal canto ipnotico, simile ad una reiterata nenia sciamanica, che fa da trait d’union fra arpeggi acustici e pattern percussivi circolari.

La storia si ripete, all’uscita di Led Zeppelin III la band londinese era stata accusata di aver perso la bussola, di aver ammorbidito i toni. Oggi a distanza, di quarant’anni, la stessa sorte tocca ai Black Mountain.
A nostro avviso il fatidico terzo step è un passaggio sinuoso, fra vette alte e rocce sporgenti sull’oceano, insidie nascoste e arrampicate faticose che, con un minimo di disattenzione, potrebbero trasformarsi in rovinose cadute verso il baratro.

Lo squalo, posto in copertina, sembra pronto a cogliere eventuali passi falsi.
Nel caso doveste scivolare nel vuoto di una critica decostruttiva il vostro destino è segnato.
Weirdness Heart to handle with care.