Bon Iver – Bon Iver

…Sono estremamente spaventato da questa uscita discografica: ho paura di restare deluso, ho paura di non ritrovare tutta quella verità che c'è nel suo primo disco, ho paura che Bon Iver, alla fine, sia come tutti gli altri…" Giuliano Dottori. Delle mille parole lette sull'ormai celebre esordio di Mister Vernon, sono queste quelle che più mi hanno colpito, sia per l'autorevolezza del pulpito, sia perché è stato proprio questo lo stato d'animo, che mi ha accompagnato nell'ascolto del nuovo Bon Iver.

Ma perché tutta questa paura ? Perché For Emma….(2007), per chi l'ha amato come me (e non siamo in pochi), è stato molto più che un album, è stato un vero è proprio miracolo. C'è qualcosa di sovrannaturale nel ritrovarsi, dopo una vita spesa tra dischi e cassette, commosso e profondamente emozionato dall'ascolto di una semplice ballata per voce e chitarra, qualcosa che prescinde lo stesso demiurgo Justin Vernon. Al millesimo ascolto di For Emma, si ha quasi la certezza di trovarsi davanti ad un'esperienza irripetibile che ha, in qualche modo, cambiato la tua vita. Poi ci si accorge di non essere soli, la rete, la stessa che ha lanciato questo disco nato quasi per caso, comincia a pullulare di parole.

For Emma diventa un caso, uno dei dischi dell'anno, fino ad entrare prepotentemente nelle classifiche del decennio. Arrivano gli omaggi illustri di Peter Gabriel, Kanye West fino all'ultima proposta di collaborazione da parte di uno dei più grandi : Neil Young . Siamo tutti impazziti oppure è successo qualcosa di speciale ? Cosa ha permesso ad un disco quasi esclusivamente acustico e musicalmente banale di arrivare nell'intimo di così tanta gente ? E' presto detto : la "verità", quella di cui parlava G. Dottori, quella che ha concesso ad un album ferocemente semplice, (auto)prodotto in maniera approssimativa e grezza, di elevarsi su di un mercato musicale sempre più finto ed autoreferenziale.

Per ascoltare For Emma abbiamo dovuto rallentare, fermare i rumori, le luci e le distrazione, per sentire ciò che Vernon aveva da raccontarci, scoprendo che era più o meno quello che noi stessi dovevamo raccontarci, la verità appunto. Ecco allora giustificata tutta questa paura, lo stesso Vernon annuncia una pausa indefinita all'indomani del tour del 2011. Siamo tutti estremamente terrorizzati che il risveglio sia brusco ed irrevocabile. Bon Iver, così Vernon ha voluto chiamare la sua seconda fatica, arriva a 4 anni di distanza da For Emma.

Col senno di poi, potremmo ben dire che questo secondo album è nato pian piano dagli esperimenti effettuati dallo stesso Vernon negli anni successivi a For Emma, dall'elettrificazione di Blood Bank (2009), dallo psych-folk dei Volcano Choir (2009) e dal glo-fi dei Gayngs (2010). Lungi dal cadere nel banale errore dell'album-seguito di For Emma, Vernon ha dato vita alla negazione stessa del suo capolavoro. Se For Emma era stato un viaggio racchiuso in un capanno gelato, Bon Iver , come suggeriscono gli stessi nomi dei brani, è una traversata nelle distese americane ed australiane.

Se l'esordio era stato una sorta di implosione sussurrata, un' evoluzione del silenzio, questo Bon Iver è invece un lavoro di cesellamento del rumore, un gioco ad eliminare invece che ad aggiungere. Bon Iver è infatti un album a tratti barocco, pomposo, se For Emma aveva stupito senza effetti speciali, ora Vernon non lesina fuochi d'artificio e rumori sintetici, e lo fa proprio per non stupire ! Semmai, ci troviamo stupiti nel trovare mischiata tanto egregiamente tutta la storia musicale di Vernon. "Perth", col suo arpeggio inconcluso, riparte dalle sperimentazioni intermittenti dei Volcano Choir, così come" Minnesota", col suo andamento funky ci riporta negli ambigui territori soul dei Gayngs.

Il dolce arpeggio che introduce "Holocene" è invece puro nettare per chi si è addentrato più a fondo nei meandri musicali di Justin Vernon, non sarà affatto difficile riconoscervi la delicatezza di un pezzo tanto sconosciuto quanto bello come "Hazelton". "Towers", uno dei brani migliori, rappresenta invece il nuovo corso dei Bon Iver, detto proprio al plurale, perché una volta uscito dal capanno, Justin ha rivisto il sole e ritrovato la gioia di suonare con gli amici, come testimonia la leggerezza di questo pezzo. Il pathos resta alto anche con la ninnananna di "Michicant", non sono distanti qui le vette emozionali dell'esordio.

 La sensualità di "Hinnom" invece riporta in pista i Gayngs, segno che per Vernon, quella per il soul è molto più che una semplice cotta. "Wash", col suo semplice e ripetuto riff di piano mentre tutto intorno si eleva, è pura manifattura Vernoniana. "Calgary" è invece il pezzo più emblematico del disco, sono qui presenti i famosi effetti speciali di cui parlavamo prima, sembra quasi che Vernon, coprendosi dietro sintetizzatori e rumori artificiali, ci voglia dire " sono un uomo, non posso ripetere quello che è successo con For Emma, ma sono anche un artista e posso continuare a cercare la verità e la bellezza con tutte le armi in mio possesso !".

Non c'è dubbio, il risveglio c'è stato, ma d'altronde non si può vivere costantemente nel sogno, ed in fondo non è neanche così male, lasciarsi cullare ogni tanto da un inno degli anni '80 come "Beth/Rest", così ottimista è positivo come da ormai troppo tempo non riusciamo più ad essere.