Capossela, Vinicio – Da Solo

Vinicio Capossela – Da Solo

“Le conversazioni all’alba , chissà perché, hanno un suono ovattato, e si ha la sensazione che tutto il mondo sia in ascolto.” (da “Honeymoon” di Banana Yoshimoto)

In questo ultimo album “Da solo”, Vinicio Capossela più che cantare sussurra, dialoga con il proprio pianoforte. Ne scaturisce una conversazione notturna, intima, come i proclami e le confessioni che si fanno sotto le lenzuola, quando emerge la tenerezza e la voluttà si trasforma in intimità. Rispetto ai precedenti lavori, emerge una particolare attenzione nell’essere più diretto, semplice: Orfani Ora è il manifesto di questo intento di privatezza, un’ideale continuo di “Ovunque Proteggi”; così come “Nel’altra parte della sera” ci si abbandona ai ricordi e alla solitudine.
Il pianoforte e la voce diventano i mezzi per raggiungere i diversi frammenti di mondi che l’affabulatore Vinicio descrive.

Ad accompagnarci in questi universi paralleli ci sono strumenti insoliti e fantastici come il cristallarmonio, il theremin, il toypiano, il wurlitzer. Seppur in fase di composizione il ventre creativo è stato il piano, nel vestire le nuovi canzoni in fase di registrazione si è ricorso ad arrangiamenti curiosi e ricercati. Ne “Il gigante e il mago” c’immergiamo in un universo popolato da freak e maghi di circhi di oltreoceano, dove l’incanto e la meraviglia sono condizione ed effetto del “fare spettacolo”. La parola chiave è “TA- TA” un annuncio che porta alla scoperta, al divertimento, diventa un inno non più solo alla gioia ma soprattutto al senso di stupore. Questa canzone offre un caleidoscopio di trovate compositive: prima i fiati introducono la storia, poi la banda accompagna la scoperta e nel finale il racconto diventa una ninna nanna sussurrata con lo xilofono.

La stessa dolcezza nella narrazione riemerge sulla trama musicale morbida del “paradiso dei calzini” favola alla Gianni Rodari tanto surreale quanto tangibile e materiale: metafora sulle traiettorie che l’amore s-coppia-to e spaiato può tracciare.
Altri episodi del disco, dissimili tra loro, testimoniano la maturità nel maneggiare artigianalmente i diversi contesti compositivi.
In una giornata perfetta, si torna indietro negli anni, “col pettine nel taschino” per assistere ad uno swing anni ‘50 storto e fischiettato, cosa che potremo trovarci a fare in una giornata serena mentre passeggiamo in bicicletta.

Nei vetri appannati d’america, viene riproposto il rapporto con gli Stati Uniti, con l’altra metà del cielo. Nel brano c’è un’atmosfera spettrale di silenzi, una lente che viene appannata dall’alito caldo ancora d’alcool di personaggi ai margini, lontani dalle affollate e frenetiche highways.
In “La faccia della terra”, Vinicio si rimisura con gli elementi di misticità già affrontati nel precedente disco. Per farlo si avvale della straordinaria collaborazione dei Calexico; Joey Burn e John Convertino stendono un tappeto musicale essenziale, che ricorda alcune atmosfere di “Amore del Tropico” dei Black heart procession , senza rinunciare alla loro riconoscibilità stilistica veicolata dai tipici arrangiamenti dei fiati mariachi della band di Tucson.

Se in “Ovunque proteggi” il brano omonimo chiudeva il disco con una preghiera laica affinchè venisse conservato la grazia dell’amore, nella stessa posizione strategica quest’ultimo lavoro presenta “Non c’è disaccordo nel cielo”, candida e ambigua implorazione verso l’alto. Sul tema musicale della vecchia ballads di Lehman del 1914, il viaggio “nei rapporti che l’uomo ha verso il proprio interno”, finisce con la consapevolezza di rimanere soli col cielo, luogo “gonfio di nuvole e mistero”.

Rispetto al capolavoro di “Ovunque proteggi”, quest’ultimo album si colloca uno spanna sotto. Vinicio regala un album asimmetrico e fuorviante, ma allo stesso tempo avvolgente e compatto per trame morbide e ritmi rilassati. Un disco invernale ma non natalizio, un disco da ascoltare “da soli” dondolando riscaldati dal fuoco di un camino, con castagne e un bicchiere di vino rosso in una mano e con il ricordo di “Rain dogs” di Tom Waits nell’altra.