Casa del Vento – Articolo Uno

Casa del Vento – Articolo Uno

L’impegno è quello di sempre, il linguaggio invece è cambiato, si è inevitabilmente evoluto. Partendo dal combat-folk degli esordi, i La Casa del Vento hanno pian piano abbracciato tutto il panorama musicale autoctono, divenendo un gruppo sorprendentemente eclettico.
ARTICOLO UNO è un concept-album sul tema del lavoro, le varie canzoni sono introdotte e separate da brevi stralci dal film “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì, dalle parole di vecchi operai e dalla partecipazione straordinaria di Ascanio Celestini.

Sebbene i testi rimangano parte integrante e fondamentale della musica dei La Casa, ARTICOLO UNO, grazie al grande lavoro di Lorenzo “Moka” Tommasini, si differenzia dai precedenti lavori del gruppo aretino per la varietà di suoni e per la musicalità stessa delle parole utilizzate.
Dopo il breve invito a non dimenticare di Ciro Argentino, operaio scampato alla tragedia della Thyssenkrupp, il disco si apre con “7”, cavalcata elettrica in salsa CSI dedicata proprio al dramma appena citato. “Primo Maggio”, filastrocca orecchiabile dal testo semplice e diretto, rispolvera invece i suoni del passato, vicini tanto ai Modena City Ramblers quanto alla Bandabardò. La delicatezza acustica di “Figlia mia” affronta invece la lotta per l’emancipazione delle operaie della Lebole negli anni ’60, con un testo veramente commovente e mai melodrammatico.

La genialità di Celestini introduce invece “Dio degli inferi”, specie di marcetta a metà strada tra Capossela e De Andrè. “Articolo uno” riporta di nuovo i suoni sui binari dell’elettricità con un ritornello straniante e ossessivo che tira ancora in ballo i CSI, evidente qui la mano di Tommasini. Passando per l’eterea “Dal Cielo”, si arriva alla riuscita ballata sulla precarietà,“Tutta la vita davanti”, dove ai soliti strumenti della nostra tradizione si erge una deliziosa chitarra vagamente tex-mex. La solare cover di “Redemption’s song” rappresenta l’unica divagazione in una tracklist tutta dedicata al belpaese nel quale gli aretini si rituffano immediatamente con “Quando fischiava la sirena”, ballata discretamente reggae sul “fabbricone” di Arezzo.

Ancora toscana, e precisamente la faticosa campagna dei vecchi contadini, è il tema della Dylaniana “Campi d’oro” mentre l’immigrazione è il centro della movimentata “L’Italiante”. Ancora il tema dell’immigrazione nella blueseggiante “Fatica e sudore” ma stavolta a scappare non sono gli italiani del dopoguerra ma i disperati di tutti i paesi ancora coinvolti tutt’oggi nelle guerre, a testimoniare che fatica e sudore hanno lo stesso colore.

A chiudere il disco è il pezzo più introspettivo e toccante: “L’ultima cosa”, una confessione d’impotenza disperata ma non definitiva di un padre verso il proprio bambino.
Lotta, operai, fatica, campagna, dignità… fortunatamente ci sono ancora in giro artisti che ci ricordano la nostra storia ed i nostri diritti.