Clap your hands say yeah – Clap your hands say yeah

Clap your hands say yeah – Clap your hands say yeah

Ritmica ossessiva ma mai invasiva, arrangiamenti ben congegnati e chitarre che ti avvolgono in un suono caldo e rassicurante. Questi sono i Clap Your Hands Say Yeah, band che si è autoprodotta l’esordio discografico, dimstrando, una volta di più, quale sia l’apporto che internet può dare ai giovani musicisti sprovvisti di label. Il gruppo di New York (il loro nome è ispirato da uno dei tanti graffiti della città americana) è stato ora messo sotto contratto dalla Wichita/V2. La casa discografica ha ristampato il loro disco spinta dal successo che ha riscosso nel web. Il passaparola di alcuni bloggers e soprattutto la recensione positiva apparsa lo scorso giugno su Pitchfork (webzine molto seguita in ambito indipendente) hanno spinto il mondo ad interessarsi dei Clap Your Hands say Yeah. Entusiasmo probabilmente eccessivo. La band suona con un piglio notevole e lo fa in maniera piuttosto pulita. A stonare è il contrasto che si istaura con la voce di Alec Ounsworth, frontman del gruppo. Il disco è cantato in modo veramente fastidioso, quasi fosse un lamento. La voce che ne risulta scricchiola e mostra molte, troppe sbavature. Si ha l’impressione che lo stile di Alec sia forzato perché in alcuni pezzi propone una voce calda e delicata sulla falsa riga di McNamara degli Embrace. Peccato, soprattutto per le idee che il resto della band propone. Un disco di Rock’n Roll che affonda le sue radici nella tradizione tracciata da gruppi come i Velvet Underground e i Talking Heads. La band si scambia spesso gli strumenti e ciò finisce per esaltare la spontaneità del progetto. Il brano introduttivo, "Clap Your Hands!", è una filastrocca giocosa che invita a scendere in strada a ballare e cantare. Concluso il pezzo introduttivo, il gruppo vira verso un Indie-Rock elettrico. La melodia di "In This Home On Ice" e la seducente "Skin Of My Yellow Country Teeth" rimangono le perle di un disco dal successo annunciato