Cronofobia – Idolo

Helena Verter – Questione di Ore

Gli elementi per parlare di grunge ci sono tutti, a proposito dei Cronofobia, il progetto nato nel 2008 nella parte nord occidentale della penisola ad opera di Fausto, Eddy e Michele. La strumentazione semplice e d’impatto è la stessa di “Asciutto”, il disco con il quale il trio bresciano ha debuttato sulla scena post-grunge italiana.

Sonorità distorte e rumorose fin dal primo pezzo, “Il servo”, la cantilena quasi a ritmo di valzer che apre IDOLO, il secondo lavoro del gruppo, che conferma le disposizioni già date nel primo, prima tra tutte la volontà di scrivere testi rigorosamente in italiano; una scelta che non toglie strazio alla voce di Eddy, che sfocia in ritornelli pieni di determinazione, comprovando la tipica struttura di Seattle: strofa – ritornello – strofa. Un tempo e ritmi più marcati nella seconda traccia del disco, “Sanguino ovunque”, in cui le melodie sconfinano in ambiti molto più “spessi” e vicini al rock, sottolineate dalla voce arrabbiata, a metà strada tra l’urlato e il growl.

“Vergine” è una ballad melodicamente più ammiccante rispetto alle altre: un timbro nitido dà voce a un testo più introspettivo, che si affida in alcuni momenti alla chitarra arpeggiata. Sonorità distorte e cambi armonici più rapidi per “Amnesia”, in cui vengono esaltate le dinamiche del batterista e l’intesa di quella che è una buona sezione ritmica. “Genziana camaleontica” è uno dei momenti migliori del disco, soprattutto per ciò che riguarda il livello di coesione del trio, che a tratti sembra irrompere nel metal core. Nulla di nuovo in Amy, dominata dal crunch della chitarra e una voce che a tratti abbandona il canto. Melodie già sentite in “Miss K”e “Cervello”, due brani quasi “di passaggio”. I testi dei Cronofobia, rievocano chiaramente i temi tipici del grunge: ribellione, depressione, disapprovazione, come è ancora più chiaro in “Incudine”, la nona traccia.

Un discorso a parte merita “Jakka”, forse il brano più immediato del disco: un testo svincolato dai dettami del genere accompagna un motivo funzionante e ben arrangiato. Decisamente spiazzante è la chiusura, affidata alla title track: ancora si può parlare di arrangiamenti molto vicini al metal core, che rivelano un’ottima compattezza sonora, la caratteristica fondamentale dei Cronofobia.

Un buon progetto, poco scontato, che è riuscito ad sfuggire al problema principale di chi si affida a questo linguaggio: la monotonia.