Dave Matthews Band – Big Whiskey and the…

Dave Matthews Band – Big Whiskey and the GrooGrux King

Per quanto reduci da un Live in Italia (https://www.rockaction.it/e107_plugins/content/content.php?content.865) tanto inatteso quanto sorprendente (c'è ancora chi si mangia i gomiti per non essersi presentato) tenteremo di essere obiettivi.
La morte di LeRoi Moore (sassofonista ed arrangiatore) è stato un evento che ha colto la band alla sprovvista, grottesco ed ai limiti dell'accettabile. Diciamo morte e non scomparsa perché non è possibile inquadrare questo lavoro usando toni docili ed accomodanti. Chiunque conosca la DMB sa che le incisioni in studio sono questioni delicate, di fatto stiamo parlando di una Jam Band.. forse la più longeva nella storia della musica dei Big. L'assenza dell'arrangiatore è evidente in quanto l'influenza delle sue idee pervadono l'intera track list fino a raggiungere il titolo dell'album, “The GrooGrux King”, così contorto da richiedere un elemento aggiuntivo: “Big Whiskey”.

LeRoi era seduto su quel divano quando la gestazione ebbe inizio e sua era l'intenzione di dare ancora più spazio e spessore alla sessione dei fiati. Un lavoro della DMB nasce con una serie di piccoli giochi strumentali di uno dei componenti (il più delle volte Dave Matthews, Carter Beauford o LM) i quali, nei lavori precedenti, si evolvevano in vere e proprie sessioni interminabili di jamming, le quali venivano inserite nel quadro di un testo (DM), di una struttura melodica (LM) e di una struttura ritmica (CB). Questo album ha subito una genesi per forza di cose differente.. e si sente. La produzione ha imposto al gruppo di restringere a pochi minuti di alta qualità le jam session, allo scopo di preservare un'organicità dei singoli brani. Questo ha avuto l'effetto – “buono” o “cattivo” lo deciderete voi – di smembrare il tessuto che avrebbe potuto abbracciare l'intera opera.

Le prime due tracce sono entusiasmanti. “Grux” è il grilletto, “Shake Me Like A Monkey” il percussore e noi siamo il proiettile. Con Grux la nostra nave, guidata al porto dalle sirene di allarme nella nebbia (un tributo a LeRoi), attracca nel bel mezzo di Shake Me Like a Monkey, la Vieux Carré di New Orleans, questo è il tòpos che non può che scuotere fino al midollo con le sue due facce: la chiesa Battista ed il Mardi Gras (“The thing I like about you | God and the devil alone Could not have made you up | The two must have worked As one together”). Il booklet è un gioiello.

“Funny the Way It Is (not right or wrong)” ci riporta nel quotidiano: “one kid walks ten miles to school, another is droppin' out”, “somebody's heart is broken it becomes your favorite song”, “on a soldier's last breath his baby is being born”. Un messaggio farcito di controtempo e ritmo per ricordarci che la maggior parte di quel che accade nell'universo spesso lo consideriamo anche poco degno della nostra attenzione. Il meraviglioso quarto brano, “Lying in the Hands of God”, è una “ballad” dai temi del tutto personali, chitarre acustiche che piangono armonici arricchite dal sassofono che sfida clarinetti e da cori sermonistici. “Why I Am” è l'impronta più profonda di LeRoi. “Dive In” è lo sfogo di DM e di CB; mentre la batteria ci incalza nell'anticipo del testo (che vi invitiamo ad 'ascoltare') il virtuoso Tim Reynolds trova il modo di inserirsi pacatamente in un assolo elettrico. “Squirm” ci appare come una sovrapposizione di Everyday (2003) con il brano Last Stop (1998) ed è un'energica traccia con arrangiamenti orchestrarli che, tramite il violino, sfumano nell'arabeggiante assenza di note temperate.

“Alligator Pie” ci da il piacere di accogliere con gioia il banjo, assente dai tempi di Before These Crowded Streets, il quale intreccia un'agitata e divertente discussione con il violino blue-grass e con il bottle-neck alla chitarra. Questo brano prende chiaramente spunto dal periodo in cui Dave Matthews si è impegnato in molti modi nel soccorso e nella ricostruzione di quel che Katrina ha combinato in Louisiana e la più bella nota è anche quella più fuori dal coro: la figlia che si preoccupa di tutt'altro (“Morning ride on by thank lord everybody's alright | Don't mean to throw us a second line | The devil broke the levy and left us here to die | Stella said daddy when you gonna put me in a song?”). “Time Bomb” è una oscura mescola di strumenti e di argomenti che richiamano la follia dell'uomo.. cosa passa in testa a qualcuno che decide di farsi saltare in aria in mezzo ad una piazza? Lo stesso che passa in testa a qualcuno che torna a casa e spara in testa alla propria moglie (così fu uccisa la sorella di DM a Johannesburg)?

Trascuriamo più di qualche brano chiudendo la rassegna con l'irriverente “Seven” e la dolcissima “You & Me”. Il brano della prima non lo possiamo citare, temendo le oscure mani della censura per indecenza.. ma in fondo che c'è di più bello di capire che l'amore è anche sinestesia tra la chimica degli odori e le promesse tra due sposi?

Ciò detto ci troviamo, dunque, dinnanzi a qualcosa di più che apprezzabile. E' un lavoro che, ovviamente, si inquadra nella seconda fase di vita della band, siamo infatti lontani dai tempi in cui il ruvido suono folk-rock acustico di Ant's Marching e la geniale tela di Before These Crowded Streets furono creati ed intessuti. Siamo, però, lontani anche dagli ultimissimi Everyday, Busted Stuff e Stand Up, drastici cambi di direzione (e di produttori) in cerca di stabilizzazione.

Quel che degnamente ne emerge è una raccolta di intenzioni, quesiti ed esortazioni che spaziano dall'intimo di ogni individuo alla collettività, intesa dal punto di vista sociale ma anche ambientale. Potrebbe anche sembrare demagogia ma provate a pensarci. La Musica, qualcosa di paradossalmente vincolante al presente (è facile che tra vent'anni, quando riascolterete quello che circola oggi giorno, vi sembrerà proprio roba del passato), deve sforzarsi di essere qualcosa di più di un sottofondo da conversazione: deve convincervi a prestarle attenzione.