Dente – L'Amore non è Bello

Dente – L'Amore non è Bello

Grazie ad internet, al passaparola ed al proprio talento cristallino, Giuseppe Peveri sforna il suo terzo disco, che potrebbe essere quello della definitiva consacrazione. Infatti, L’AMORE NON E’ BELLO fin dal giorno d’uscita, 14 Febbraio 2009, è un po’ sulla bocca di tutti gli “addetti ai lavori” che si avventurano in paragoni più o meno azzeccati con i vari protagonisti della musica leggera italiana. Già, perché è proprio la musica leggera il contesto dove si muove il nostro Dente, che non mostra nei sui testi alcuna pretesa di ergersi a critico e giudice della società, ruoli spesso ricoperti impropriamente da molti cantautori italiani.

Questa non vuol essere un’accusa di disimpegno, anzi Mr. Peveri ha più di qualche freccia nel proprio arco e con questo piacevole e aggraziato album è riuscito a mettere a fuoco la propria poetica, ancora acerba nei precedenti ANICE IN BOCCA (2006) e NON C’E’ DUE SENZA TE (2007). Una poetica costruita su geniali giochi di parole, rime volutamente forzate e metafore sempre tra il serio ed il faceto, dove il tema amoroso non si veste mai di toni melodrammatici e non scade mai nella banalità.

Musicalmente, alla chitarra acustica, base di partenza di ogni composizione, si aggiungono discrete sezioni di fiati che danno aria e colore ai vari pezzi, mentre i frequenti intarsi elettronici incorniciano a perfezione ogni brano, donando, paradossalmente, un sapore vintage all’opera intera. Definito da molti come il nuovo Battisti, a mio avviso, invece, il buon Dente risulta essere perfettamente a metà strada tra un romanticismo provinciale alla Ivan Graziani e un’attitudine egoistica allo “scazzo” degna del miglior Rino Gaetano o del Bugo “pre-Contatti”.

“Mi piacciono le ragazze con le doppie punte, le macchine senza le multe…” questi pochi versi di “A me piace lei” esemplificano bene la poetica di questo disco dove i sogni, le storie, la quotidianità si fondono e vengono raccontati attraverso immagini sempre ad un passo dall’assurdo, ma che riescono nell’intento di fissarsi indelebilmente nella memoria. Un ascolto a “Buon Appetito” o “Vieni a vivere” basterà a farvi comprendere la genialità di questo menestrello postmoderno, un maestro nel dissacrare clichè e banalità rimanendo irresistibilmente e irriducibilmente romantico.