Depeche Mode – Playing The Angel

Depeche Mode – Playing The Angel

Dopo quattro anni di silenzio i Depeche si riaffacciano sulla scena musicale. Dopo quattro anni, un tempo lungo e non a caso. Li avevamo lasciati con il deludente Exciter, che nel 2001 aveva gelato i fans di vecchia data ma anche quelli dell’ultim’ora (se si possono definire tali i giovani catturati dall’elettronico e avanguardista Ultra, 1997), spiazzati da un disco davvero poco ispirato e a tratti sonnolento, caratteristica ossimora a qualsivoglia lavoro della loro venticinquennale carriera. Le uniche note positive del passato disco erano rappresentate da qualche ballata azzecata di Gore (anche nei lavori meno riusciti i grandi gruppi si aggrappano ai lampi di genio della loro ‘mente’) come Freelove o i deja-vu alla Shine che poco potevano nel sostenimento di un’intelaiatura debole e incompleta di Exciter che rappresenta forse il primo vero passo falso nella discografia della band inglese. Nel frattempo Gahan si era concesso il lusso del primo disco solista –Paper Monsters– e Gore un disco di cover ma entrambi i progetti non hanno destato particolare attenzione e sono caduti nell’anonimato più assoluto. Cosa attendersi dunque dal successore di Exciter? Un altro lavoro seduto sugli allori del passato e consacrante la fine della vena creatrice depeche-modiana oppure una fenice che risorge dalle ceneri in tutto il suo splendore? Gore e Gahan devono esserselo chiesto e, con la consapevolezza dei grandi non ancora alla frutta, hanno risposto con una prova di carattere e di rinnovata ispirazione. Playing The Angel non solo supera la prova col suo predecessore surclassandolo, ma addirittura ci riconsegna i migliori Depeche da tredici anni a questa parte e ci spinge a giudicare la loro ultima creatura superiore perfino allo storico Ultra e quindi degna di proiettarci indietro nel tempo fino al confronto con Songs of Faith and Devotion senza sfigurare. La sirena intro di A pain that i’m used to ci fa capire che aria tira dentro alla undicesima creatura di Gahan e soci: tutt’altro che suoni angelici, come potrebbe erroneamante far pensare il titolo, ma suoni cupi e giochi industrial come non si ascoltavano da tempo. L’open track è uno di quei pezzi che potrebbero esser stati ibernati e riesumati da Violator, Join the revelator gioca con il rock sporco e il synth-pop, vero grimaldello e marchio di fabbrica del sound Gore-iano. Poi ci sono le tre tracce di Gahan, che per la prima volta contribuisce alla tracklist della band con Suffer well, ritmato pop orecchiabile, I want it all, delicata e decadente ballata che fa da degno contraltare alle immancabili perle di Gore (che con Precious regala il miglior singolo da molti anni a questa parte al suo seguito), e Nothing’s impossibile, ossessivo giro di basso e claustrofobica atmosfera degna del più duro lato dark dei Depeche. Altre chicche sono: The sinner in me e Macro, con Martin Gore che ricorda a tutti la nota magistralità delle sue interpretazioni vocali, spesso oscurate dalle doti del compagno Gahan, ahilui tra i migliori vocalist delle ultime tre decadi; abbiamo infine la breve e strumentale Introspectre, un intermezzo angosciante e inquietante, e la chiusura con Darkest star, l’enigmatica chiusura di un’opera sentita, vissuta, forse anche sofferta (nei soliti testi profondi di Gore), giocata tra le ombre e le luci. Un’ opera che fa gridare alla Resurrezione dei signori del synth-pop, tutt’altro che finiti, semmai rinati per scrivere l’ennesimo capitolo di una delle ultime band sopravvissute a tutto e a tutti e ancora in grado di dominare, dalla vetta del tempo e delle classifiche, la scena electro-pop internazionale.