Dillinger Escape Plan – Ire Works

Dillinger Escape Plan – Ire Works

E’ sempre la solita storia. Gruppo che vince non si cambia, almeno secondo il fan della prima ora. Ma un saggio disse :<< solo l’idiota è incapace di cambiare idea>>. Significherà qualcosa.

Sui Dillinger Escape Plan si è letto di tutto. Pareri discordanti che si rovesciano su un gruppo che con le sue scelte volutamente incongruenti fa storcere il naso agli hardcoriani integralisti. Che lo accettino o no i ragazzi di North(New Jersey), sono così. Prendere o lasciare. E sinceramente questo ultimo “Ire works”, lancia un messaggio ben chiaro:<< chi ci ama ci segua e non sarà deluso>>.

Così i baldi cambiano di nuovo pelle, evolvendosi (sia chiaro, non snaturandosi), e compiendo così un passo decisivo nella loro carriera. L’ennesimo diremo, ma forse il più determinante. L’album in questione è “l’insolito” album che ci si può aspettare dai Dillinger, profeti del verbo della pazzia in musica. La continua schizofrenia degli esordi viene condotta qui ad una più concreta manifestazione melodico-armonica di linguaggio più convenzionale, ma non per questo deludente. Nessuno azzardi l’ipotesi che il quintetto abbia perso anche solo minimamente lo smalto dei giorni migliori: i ragazzi hanno solo deciso di intellettualizzare la loro proposta, plasmandola, quando occorre, in direzione di una, comunque fantomatica, forma canzone. Difatti, attenzione: la loro consueta proposta di pezzi ultratecnici con continui rovesciamenti di fronte, blastbeats feroci, stacchi jazz e assalti hardcoriani, non subisce alcuna alterazione in una buona metà delle canzoni che compongono l’album. La novità è nel resto della tracklist che prevede un impiego di mezzi e sperimentazioni che evolve tutto il contesto ad un tipo di musicalità d’impatto e al tempo stesso impregnata di una ricerca intelligente in un discorso più ampio e complesso.

Le tracce quindi si allungano, assorbono influenze elettroniche e sperimentano strutture armoniche che coinvolgono strumenti insoliti per le loro sonorità(chitarre acustiche, archi, trombe, pianoforte a coda), puntando forte su una sensibilità groovica incalzante e pienamente coinvolgente. La maggior regolarità dei supporti ritmici incanala alla perfezione crescendo strumentali esplosivi, all’interno del quale emerge una capacità emotiva di impatto devastante, inedita nella loro discografia. Dal punto di vista melodico l’album compie un triplo salto in avanti rispetto ai suoi illustri predecessori: non di rado difatti emergono dal contesto melodie più agevoli e refrain catchy(ma mai banali) che permettono a chi ascolta di beneficiare del trasporto emozionale che il gruppo riesce comunque ad offrire. L’ascolto fluisce quindi in modo meno complicato e senza grossi ostacoli, nonostante ci si trovi comunque davanti a composizioni non proprio agevoli e a notevoli incroci di ispirazione, stilemi Pattoniani su tutti.

Che altro dire. Album ispirato, ben suonato, ben registrato, e ben prodotto con una cura dei suoni maniacale, che stordisce, disorienta, stupisce e, all’occorrenza, emoziona.

I denigratori diranno quello che vogliono, ma i Dillinger sono ancora una volta stupefacenti.