Donkeys – Living On The Other Side

Se un giorno mi troverò a compilare una lista in stile Earl J. Hickey, non mancherà assolutamente questo punto : "Recenesire l'album dei Donkeys".

Già perchè il silenzio che avvolge "Living on the other side", a quasi tre anni dalla sua uscita, si fa ogni giorno più colpevole. Sarà stata l'annata particolarmente prolifica che a visto fronteggiare la giovane band di San Diego con veri e propri colossi "indie" come i Fleet Foxes, Bon Iver, Galsvegas e Vampire Weekend, sarà che la Dead Oceans ha deciso di puntare le sue forze soprattutto su Phosporescent e Tallest Man on Earth o soprattutto sarà che i Donkeys si sono affacciati con circa 40 anni di ritardo nel mondo del rock, quel che è sicuro è che questo disco avrebbe meritato miglior sorte.

Infatti non c'è una nota sprecata in queste 11 tracce che ripercorrono la tradizione della frontiera americana dai C.S.N. & Y ai Greatful Dead ("Working man's death") ma il tutto con un'attitudine da irresistibili beoni che li porta a dissacrare qualsiasi pretesa di intellettualismo,"a 55 miglia all'ora spaccati !" come aveva detto qualcuno….

Asini ! Ci hanno pensato da soli ad etichettarsi, forse per prevenire qualche stroncatura, ma proprio come questo docile animale, anche la band di San Diego ha bisogno dei suoi tempi, ma alla fine il lavoro lo porta a termine.

E che lavoro ! Basta l' attacco dell'iniziale "Gone, gone, gone" per capire chi abbiamo di fronte: "…One… Two,One two three" e parte un'assolo di chitarra che più elemantare non si potrebbe. E se aspettate che la canzoni accelleri da un momento all'altro sprecate il vostro tempo, perchè ai Donkeys non piace correre, anzi. Parte la seconda traccia, "Walk through a cloud", e l'assolo, si fa per dire, di Jessie Gulati è un altro esplicito manifesto d'intenti che introduce un delizioso coro sixties che percorre tutto il brano. L'atmosfera si fa più catartica con "Dolphin center", splendida ballata giocata tra piano e chitarra con la voce di Sam Sprague a graffiare. Con "Pretty things" l'atmosfera si rasserena di nuovo per rallentare del tutto con l'iperilassata "Traverse wine", le corde appena carezzate e la discreta tastiera di Lukens ti trascinano nelle loro San Diego che è più Messico che California.

Un cristallino arpeggio d'acustica ed un cantato volutamente sguiato ci destano dal recente torpore e ci catapultano nei ritmi da saloon di "Bye bye baby" ma non allarmatevi, gia con la successiva "Downtown Jenny" De Nardo e soci rallentano di nuovo, tornando su territori a loro più congeniali con una ballata dove il ricamo chitarristico di Gulati si alterna al "miagolio" di Sprague. Attraverso la sublime marcetta di "Nice train" arriviamo a "Dreamin'", una polverosa ballata dove i Donkeys per un momento si fanno seri e malinconici arrivando dritti dritti al cuore. Chiude il disco il brano manifesto della band, in "Excelsior lady" infatti c'è la sintesi perfetta del Donkey's sound : ritmi svagati, coretti sixties alternati al cantato poco ortodosso di Sprague, il tutto confezionato dagli scazzatissimi assoli di Gulati. Io li ho amati al primo ascolto, se resisterete al sonno anche voi farete altrettanto.