Editors – The Black Room

Editors – The Black Room

Se ci trovassimo di fronte l’ennesimo disco orfano degli anni ’80, privo d’originalità e personalità, non sprecheremmo tempo ad etichettare The Back Room come l’abusato tentativo di riportare sulla scena un sound e una cultura underground che sono frutto di un’epoca conclusa vent’anni fa. Invece i quattro ragazzi di Birmingham -Tom Smith (voce e chitarra), Chris Urbanowicz (chitarra), Ed Lay (batteria) e Russel Leetch (basso)-, pur inserendosi nel filone dell’ondata new-wave attuale, non passano inosservati, né tantomeno danno l’impressione di essere uno di quei gruppi catapultati inaspettatamente sulla grande scena e pronto a scomparire. Qual’ è il merito di questo disco? Di certo non la proposta di sperimentazioni o di uno stile nuovo. Al contrario, questo The Back Room è forse uno dei dischi più derivativi (termine d’obbligo di questi tempi) della scena indie-post-punk del 2000; ha dentro tutte le influenze di una generazione cresciuta a Joy Division, primi U2, Rem e Cure, memore della lezione riproposta da New Order, Interpol e Franz Ferdinand. Non solo ottanta quindi, ma anche un certo ossequio alle chitarre elettriche che erompe a volte lievemente (vedi Camera e Fall) molto più spesso in modo epico e cristallino (è il caso del trittico d’apertura vibrante, Lights, Munich, Blood che ammoniscono immediatamente sulla natura di ‘guitar band’ del quartetto d’oltremanica). Niente di nuovo sotto il sole dunque, ma tanto talento nella riproposizione di mondi sonori e atmosfere digerite lungo quel non semplice percorso che porta dall’adolescenza alla maturità. Certo, Smith (omonimo del ben più celebre e padrino Robert) e compagni hanno solo 24 anni, dunque è dura parlare di maturità; ma proprio la prorompenza giovanile è uno dei meriti primari del loro primo lavoro. Delle 11 tracce assemblati non ce n’è uno che sembra essere insulso. Anche laddove troviamo brani più deboli (vedi Bullets) c’è sempre la sensazione che la melodia sia azzeccata e che, semmai, a difettare è la perizia certosina di rifinitura che una band appena uscita dalle aule universitarie ancora non può avere. Quindi l’immediatezza del disco risulta essere più un merito che un limite, così come è un merito la pulizia dei suoni e l’ostentata melodicità; i ragazzetti di Birmingham hanno inteso non tradire il proprio background senza però voler risultare di difficile comprensione. Anzi, i singoli strizzano l’occhiolino alle programmazioni radiofoniche e, non a caso, Bullets ha procurato la vendita di migliaia di copie in pochi giorni e Munich è una delle hits più trasmesse negli ultimi mesi; l’obiettivo di mostrarsi figli di quell’oscura genìa del post-punk-dark senza voler rimanere oscurati dal mainstream è riuscito interamente. Ma guai a parlare di mera operazione commerciale: le atmosfere new-romantic (termine che designa meglio di altri quest’opera) di Camera, lento malinconico e introspettivo, le buie tinte di Open your arms e Distance, degne dei loro padri putativi, e la shockante intensità di Fingers in the Factories, inno punk-wave del disco, mettono a tacere tutti i dubbi sull’innato talento dei quattro di Birmingham. Non resta che attendere la seconda prova, dove vedremo se gli Editors rischieranno senza remore nello stile, ricercando qualcosa di diverso dal pur ottimo esordio, o se invece non riusciranno a uscire indenni dal loro background musicale (come a interrogarli sulla questione “si esce vivi dagli anni ’80?”.