Extreme – Saudades de Rock

Extreme – Saudades de Rock

Dal passato torna il vento a soffiare ancora sulle vele del rock. Dal passato viene perché si sente il profumo degli anni in cui il rock era qualcosa di elaborato alla sorgente e non alla foce, quando il grosso del lavoro veniva compiuto nel percorso fra la testa, il cuore e la punta delle dita e poco si lasciava fare all’elettronica.
Tant’è vero che si parla di “saudade”.
E questa folata era necessaria, avevamo bisogno di una boccata d’aria di qualità in questo clima di ristagno discografico, in questa zona morta senza correnti di pensiero. Fare leva sulla nostalgia può almeno rasserenare le anime in pena, in cerca di toni nuovi. Gli Extreme riescono dove i Gov’t Mule restano incompleti.

L’album si apre con un bel gioco di canto – come sanno fare gli Extreme – e qualche graffiata sulla chitarra; in Star ritrovate i riff periodici e veloci con il sapore di una pietanza che non degustavate da secoli. Stesso lavoro fatto sul basso di Pat Badger e alla batteria di Kevin Figueiredo ma anche con qualche sfogo individuale. Siamo pronti a sentire cos’altro hanno da dire.
Comfortably Dumb è la seconda portata, controtempo, ancora controtendenza, riesce a spiazzarvi con un cambio di marcia a metà strada, dove Gary Cherone ci fa sentire che la voce che per troppo tempo aveva prestato ai Van Halen è tornata a fare affari con il genio e la bravura di Nuno Bettencourt.

In Learn To Love è possibile lasciarsi trascinare dal rock melodico ma agitato che dai tempi del capolavoro di III Sides To Every Story non si faceva vedere sugli scaffali dei negozi. L’Hair Metal ha fatto il suo ritorno con i mostri degli anni Novanta, un po’ più brizzolati ma con la stessa energia e tanta creatività. Nuno Bettencourt alla chitarra ha tanto da dire e ancora di più da insegnare, statelo a sentire con attenzione.
Take Us Alive è una divertentissima e vera folk ballad vintage.
Il quinto brano è la quintessenza dell’album. Run rappresenta gli Extreme nella loro forma più pura: una bella sinestesia tra testo e musica, un’esplosione nel gioco delle voci e grandi intrecci strumentali, è talmente energica che cambia tono in chiusura per farvi defaticare dalla tachicardia.

Last Hour mette alla dura prova il diaframma di Cherone ma ci riempie di passione e ci fa chiedere se in concerto riusciremmo a provare lo stesso. In coda troviamo altri brani tra i quali meritano molta attenzione Ghost, Interface e Peace.
Ghost è un pezzo dalla semplicità apparente. Stavolta Nuno è al pianoforte e l’assenza della sua chitarra è impercettibile, c’è un bel lavoro di composizione – testi e musica – e di post-produzione, il quale enfatizza bene i toni del brano.
Interface ci punge nell’intimo, è un pezzo che si concentra musicalmente sull’intensità di un rapporto che finisce, qui Cherone e Bettencourt sono in perfetta sintonia, riescono a mettere in risonanza con il giusto accordo il cuore di chi ascolta. Come sempre gli Extreme sanno parlare d’amore: poco ma bene.

L’ultimo brano è qualcosa che non ci si aspetta. Peace è un brano emozionante, voce e pianoforte si pongono nuove domande, perché dopotutto questo pensare a ciò che è stato bisogna guardare avanti, con speranza ed a testa alta e, quando tutto questo diventa chiaro, chitarra, basso e batteria possono inserirsi a dare colore e serenità alla tela, la quale è ora pronta ad essere incorniciata ed esposta alle intemperie.