Giant Sand – Blurry Blue Mountain

Dimenticatevi il country come lo conoscete, lasciate da parte la figura del cowboy solitario a cavallo a cui i western vi hanno abituato e immaginate un uomo seduto nel suo ranch, magari con gambe distese su una sedia e gli stivali incollati con il superattack, con una chitarra in mano al posto del fucile, tutto impegnato a scrutare l'orizzonte, preso dai suoi molti pensieri.

A 25 anni dal disco di esordio la band torna con Blurry Blue Mountain, un disco ben suonato, con soluzioni melodiche (Chunk Of Coal) che la metà dei concorrenti manco si sognano e idee chiare (The Last One). Sono duri a morire i Giant Sand, proprio come Steven Seagal nei suoi film (si lo so, non ve l'aspettavate questo parallellismo), e non hanno nessuna intenzione di mollare la presa.

Dal punto di vista dei riferimenti potremmo andare avanti per ore, i Wilco ad esempio o lo stesso John Fahey e perché no Kris Kristofferson.
Gli arrangiamenti non amano sedersi facilmente su melodie mediocri,non basta citare i grandi ai Giant Sand, devono fare le cose (bene) a modo loro.

Alcune chitarre dissonanti su ritmica jazz, in Monk's Mountain, vengono distorte per poi scemare lentamente in soli melodici verso la fine di questa lunga cavalcata. Howie Gelb è tornato in perfetta forma, ce lo immaginiamo, nonostante gli anni e alcuni storici membri persi per strada, muoversi con scioltezza fra western roots, country (Rail The Rail), con qualche inaspettato guizzo dall'atmosfera punkeggiante (Thin Line Man).

Il resto sta a voi scoprirlo perdendovi in questo atteso, quanto meraviglioso, ritorno.