Gogol Bordello – Super Taranta

Gogol Bordello – Super Taranta

Sembra un tipo simpatico, Eugene Hütz. Magro, saltellante, con quei baffoni rossi a manubrio e quel suo improbabile inglese. Ucraino, emigrato negli states, qualche anno fa si è inventato il punk gitano e da poco lo ha portato al successo internazionale con i suoi Gogol Bordello. Uno che con gli stereotipi sull’immigrato slavo ci gioca, se li mangia e te li risputa orgogliosamente in faccia, e cerca ogni occasione per fare festa.
La sua band compie con la musica dell’est europeo la stessa operazione che anni fa avevano fatto i Mano Negra con i ritmi sudamericani e i Pogues con le melodie irlandesi: dopo aver scoperto che dietro alla musica tradizionale si può nascondere la stessa immediatezza, rabbia e forza liberatoria del punk, si è messo a mescolare chitarre distorte e violini, e si è accorto che il sound funzionava. Il tutto, con un occhio ai padrini e precursori che viene naturale citare, come Emir Kusturica e Goran Bregovic.
Il sound funziona, diverte, fa muovere, anche nell’appena uscito “Super Taranta!”.
All’ascolto di un brano qualsiasi si percepisce la freschezza che ad esempio un Manu Chao ha perduto crescendo, e a sentire le urla ebbre di Hütz sembra di stare davanti ad un Joe Strummer ubriaco di vodka: è un piacere sentirlo urlare i suoi botta-e-risposta col coro.
Le bordate di chitarra si amalgamano stranamente bene all’esercito di violini e percussioni radunate attorno al funambolico frontman. Il suono è povero ma efficace, come è giusto che sia. Le canzoni partono spesso sospese in attesa dell’inevitabile ritornello ballabile con chitarre in levare e bordate malandrine di violini tzigani, come in My Strange Uncles from Abroad o in Wonderlust King. Anche quando il piatto della bilancia pende più verso la tradizione (le eresie gitane di Supertheory of Stupereverything) o verso il punk (la quasi hardcore Forces of Victory o Zina-Marina) il gioco funziona, e il tutto riesce anche miracolosamente a non sfasciarsi quando Hütz va con la sua colorata tribù ad incontrare la taranta pugliese per costruirsi un Harem in Tuscany (ovvero: quando la geografia è un’opinione, e va bene così).
Il ritmo varia spesso ma resta sempre genericamente alto, altissimo, rallentando solo nel lamento sbronzo di Alcohol. Si chiude col botto, con una title-track che cita almeno un paio dei brani precedenti in un minestrone di melodie e danze.
Dov’è il problema, allora? Innanzitutto, si ha la netta impressione di ascoltare canzoni che danno il meglio di sé se suonate dal vivo, con l’esplicita intenzione di far ballare il pubblico, cosa che su disco è inevitabilmente più difficile.
Inoltre, nel continuo gioco di rimandi e citazioni fra un pezzo e l’altro, c’è il fatto che trovarsi prima o poi ad ascoltare spesso lo stesso ritornello che fa taran-taran-taran-ta-tà può obiettivamente stufare.
Un album poco vario, ma riuscitissimo. Soprattutto come invito ad andare prima o poi ad un loro concerto.