Gorillaz – D-Sides

Gorillaz – D-Sides

Nel 1999 le idee creative di Damon Albarn, eclettico frontman di Blur e The Good The Bad and The Queen, incontrano la matita altrettanto creativa del fumettista Jamie Hewlett: così nascono i Gorillaz, sotto la benedizione del produttore hip-hop Dan The Automator. Da questa esplosione di colori e generi musicali non poteva che venir fuori un progetto ambizioso e divertente, che incuriosisce e che sa rischiare. Perché non vedremo mai Damon strimpellare il ritornello di Feel Good Inc., o i suoi compagni dimenarsi su un palco. Al massimo vedremo gli ologrammi di quattro personaggi inventati. E, non dimentichiamolo, ascolteremo anche la loro musica. Come in ogni fumetto, come in ogni progetto, come in ogni band, i personaggi e le persone hanno dietro di sé la propria storia, vera o verosimile che sia. E così, noi ascolteremo la voce di 2D, aka Damon Albarn, rappresentato senza occhi, la chitarra di Noodle, aka Miho Hatori, ragazzina di dieci anni, la batteria di Russel Hobbs, aka Del tha Funkee Homosapien, che a volte viene posseduto da uno spirito rap, e infine il basso di Murdoc Nicals, satanista e latin lover.
Ma tanto colore non oscura il lato musicale.
D – Sides esce nel 2007, ed è la terza compilation dopo G – Sides (2001) e Laika Come Home (2005). Contiene due cd: nel primo ci sono b – sides del loro secondo album Damon Days e nel secondo remix curati, fra gli altri, da Jamie – T, Junior Sanchez e Hot Chip.
Non ci sono grandi novità rispetto ai lavori precedenti. Un misto di rock blu, hip hop giallo, dance rossa ed elettronica verde è visibile anche in questo ultimo lavoro che pretende di non essere ascoltato solo una volta. Non si perde mai la voglia di ballare e quella voce particolare di Damon Albarn unisce come non mai il malinconico al festaiolo. O, se vogliamo, la solitudine alla compagnia.
Strumentale e ambient 68 State, giocose People, Hongkongaton e We are Happy Landfill. Fastidiosa Rockit. Reggae e piena di cori Bill Murray. Tutte, ma proprio tutte, con un’unica costante, il ritmo. Uniche voci dissonanti sono Hong Kong, bellissima, e Stop The Damns, in cui si intravedono i Blur più sperimentali.
Il secondo cd è incentrato su dance, techno e big beat e contiene, come detto, remix: da segnalare quelli di Kids With Guns di Jamie – T e Hot Chip, Dare di Junior Sanchez e Dirty Harry di Schtung Chinese New Year.
Mancano pezzi azzeccatamente ruffiani come Feel Good Inc. o Clint Eastwood, ma che importa? Questa combinazione musica-fumetti funziona davvero, tanto che conosciamo più i disegni che i musicisti in carne ed ossa. E, forse, è meglio così, altrimenti si perderebbe il senso di originalità al quale i Gorillaz ci hanno abituato, facendoci immaginare il nostro alter ego in carta e pastelli.
Alla fine, in Stop The Damns, la voce di 2D, ops, di Damon, ci ricorda che “the sun will shine again” e noi, anche se fossimo senza occhi come lui, ripensando a tutto quel colore, non potremmo che credergli.