Green Day – 21 st Century Breakdown

Green Day – 21 st Century Breakdown

Folgorati da una qualche presa di coscienza che sfugge alle masse ma che li condiziona (positivamente a quanto pare) ormai da qualche anno. I Green Day sono definitivamente cresciuti. Hanno dato un taglio netto al cordone ombelicale che li legava a quell’immaginario solare e scanzonato che li ha lanciati nei primi anni ’90 per abbracciare un impegno politico e sociale davvero importante (come d’altronde i Clash prima di loro).

Nessuno avrebbe scommesso contro il successo commerciale di “21st Century Breakdown”. Il disco esce dopo ben cinque anni dall’ultimo fortunatissimo “American Idiot” (che ha rappresentato sicuramente una svolta nella carriera della band) e ne cavalca ancora l’entusiasmo suscitato. Ben altra cosa è invece andare ad analizzare la sua riuscita artistica. Chi scrive provava una certa curiosità nel valutare il disco in oggetto, soprattutto in relazione alla possibilità, da parte della formazione americana, di riconfermarsi su ottimi livelli.

Partiamo subito dal presupposto che il disco non ci ha delusi. Si tratta di un opera Punk divisa in tre atti, durante i quali vengono sviscerati con sincerità disarmante alcune delle sensazioni più in voga negli States negli ultimi anni: paura, insoddisfazione, indecisione, angoscia ma anche tanta voglia di riemergere.

L’album, prodotto da Butch Vig (lo ricordiamo all’opera con “Nevermind” e “Siamese Dream” tanto per citarne alcuni), risulta potente e graffiante, veloce e assordante al punto giusto (la traccia che apre le danze, 21st Century BreakdownI, cavalca veloce il fulmine Punk proponendo diversi cambi di tempo e stato d’animo).

Non mancano le struggenti ballate acustiche a cui ci hanno abituato negli ultimi anni i ragazzacci; colme di sentimento e passione, emozionanti e travolgenti allo stesso tempo (su tutte 21 Guns, secondo estratto del lotto) guidano l’ascoltatore, intervallando momenti di sfrenata gioia chitarristica con atmosfere più intime e rilassate.