Hardcore Superstar – Dreamin' in a Casket

Hardcore Superstar – Dreamin' in a Casket

Energia allo stato puro. Questo sono i rockers Hardcore Superstar che, a distanza di un solo anno, tornano a placare la nostra fame di rock con un altro album strepitoso; il precedente disco omonimo aveva segnato un netto salto di qualità per la band e “Dreamin’ in a casket” non rappresenta di certo un passo indietro.
In realtà, c’è una premessa doverosa da fare. La proposta musicale dei nostri non è il massimo dell’originalità: si tratta di uno sleaze glam metal (o street rock, o chiamatelo-come-volete-il-risultato-non-cambia), quindi un genere che non permette chissà quali divagazioni. La forza degli Hardcore Superstar va ricercata altrove: la loro è una musica che non si ascolta solo con le orecchie ma con tutto il corpo, ti entra direttamente nelle viscere e anche le persone nate con un manico di scopa al posto della spina dorsale come me, non possono fare a meno di lasciarsi andare al ritmo forsennato scandito dai quattro svedesi.
Basta schiacciare play per ritrovare tutti le caratteristiche che avevano fatto grande “Hardcore Superstar”: la potenza dietro le pelli di Andreasson e la voce graffiante di Berg vi accolgono calorosamente nel paradiso dei rockers, corrompendovi l’anima con brani granitici (Need no company) e acidi (Silence for the Peacefully). L’autentica arma in più di questo “Dreamin’in a Casket” è la produzione del duo “Adde”-Sandvik che conferisce a tutte le dodici tracce del lotto il sapore “stradaiolo” e sporco che caratterizza ottimamente la band. Forse si può imputare alla nuova release degli scandinavi una certa omogeneità dalla quale non spiccano brani in particolari, ma se lo stampo in comune è di fattura elevata come la title-track io dico chi se ne frega!
Per comprendere al meglio tutta la potenza degli Hardcore Superstar dovete ascoltare con le vostre stesse orecchie: alzate il volume dello stereo al massimo, fino a quando la vicina non verrà a bussarvi alla porta e, a quel punto, mostrato lei il vostro dito medio in tutta la sua imperiosità, nel più classico dei clichè del rock’n’roll.