Hecker, Tim – Ravedeath, 1972

12 tracce segnano le fasi del viaggio attraverso cui Tim Hecker ci conduce in un momento impreciso del passato, forse lo stesso evocato in copertina da una vecchia foto di studenti del Mit catturati durante un rito chiamato “Piano drop”, come la traccia che apre il disco. Prodotto nel nord dell’oceano atlantico, Ravedeath 1972 porta con se un po’ di quell’incanto atavico della terra d’Islanda e delle sue atmosfere fiabesche, le stesse che avranno fatto presa su Hecker quando ha deciso di costruire il suo sesto album orientandosi per intero sulle tracce registrate sull’organo a canne di una Chiesa del posto, successivamente rimescolate e poste al vaglio di Ben Frost. E nemmeno in studio Hacker rinuncia, alla pari di altri suoi colleghi che l’hanno preceduto, a confrontarsi le serie di organi del progetto Spire nata sotto l’egida della Touch, cui si aggiunge uno strumentario abbastanza “povero” fatto di synth, amplificatori per chitarra e di un piano che compare nella trilogia che chiude il disco, “In The Air”. Ravedeath 1972 è un lavoro troppo poco ruvido e abbastanza orchestrale per poter essere ascritto al genere noise; lo spessore armonico, soprattutto nella prima trilogia ambientale, quella dedicata alla nebbia, suggerisce piuttosto di definire il disco come una suite sinfonica che oscilla da momenti rasserenanti a parentesi tensive che si sciolgono in tessiture sonore infine paralizzanti. E se in quest’album sembra mancare qualcosa che possa stravolgere tutto, ci si può comunque accontentare dell’ispirazione che lo attraversa.