Hexenfaust – C.S.

Hexenfaust – C.S.

L’ascesa degli Hexenfaust è iniziata. Dalle lugubri ambientazioni underground (che rispecchiano anche lo stadio di vita di questa band, almeno ad oggi) l’implosione dell’avvento si è inturgidita a tal punto da far sentire degli scossoni anche a noi, comuni mortali che viviamo la nostra spicciola vita al di sopra del sottosuolo.
Ebbene, tale implosione, prende il nome di “C.S.” un’opera incompiuta che può essere per ora classificata come demo album e che presagirà la scoperta di un qualcosa legato a tutti noi, al nostro passato, alle nostre radici. Gli Hexenfaust, ed in particolare il loro ideatore del terrore Krieg, si tuffano in un incubo ambientato millenni e millenni or sono, in una dimensione senza tempo e senza vita nella quale non esisteva alcun Dio (né qualcosa ad esso somigliante, come spiegano loro stessi), alcun luogo, alcun tempo. Da qui si intuisce la loro anima puramente black, nel senso più sinfonico del termine, che con furia e decisione scopre i veli sull’unico essere (non) vivente che a quell’epoca poteva capeggiare su una terra senza colore.
Eloquente la lunga “Opus Infernalis” è il mezzo tramite il quale veniamo strappati dalla nostra realtà e immersi nel terrore di un’era che non conosce se stessa, in cui il gotico rappresenta l’unico linguaggio narrativo. Tra cori, riff molto ben calibrati, tempi chirurgici ed assolutamente freddi, gli Hexenfaust sprigionano maturità musicale e scioltezza compositiva degna di fratelli ben più cresciuti di loro (Dani e soci potrebbero solo apprendere).
Con la stessa capacità narrativa dei Bal Sagoth e l’astrazione verso una realtà cruda e profondamente nera tipica dei Darkthrone, gli Hexenfaust intendono farci vivere ogni singola emozione negativa del mostro (“The Beast”) e le asperità della foresta morta, unica ambientazione possibile per l’opera.
Trascinante e bellica la successiva “The Moon And The Serpent”, che in prima battuta ripropone in chiave personale più di un insegnamento dei maestri del genere Dimmu Borgir (ai tempi di Enthrone Darkness Triumphant), accentuando una eterogeneità musicale, soprattutto vocale, quantomeno preziosa, per poi sfociare in terre molto più care ai Cradle Of Filth, folte di epicità e di screaming.
Dirompente e depressiva allo stesso tempo “Ad Nihilum Recidere” che riesce ad asportare la vena dark dei My Dying Bride e mescolarla ai geni di Tilo Wolff (Lacrimosa) per aprirci gli occhi e farci tornare con i piedi a terra. Ma ormai l’incubo ha avuto luogo.