Interpol – Interpol

Provate a cercare in rete le recensioni dei vecchi album degli Interpol, e scoprirete che sono tutte più o meno concordi tra loro nel descriverli; “Turn on the bright lights”, un capolavoro assoluto; “Antics”, disco pieno di singoloni a presa rapida, ma un po’ troppo ruffiano; “Our love to admire”, un mezzo passo indietro, leggermente ripetitivo, ma con alcuni momenti apprezzabili.

Anche nei confronti dell’ultimo omonimo album tutti sembrano d’accordo. Un disco semplicemente brutto. Io l’ho ascoltato con attenzione, e non sono pienamente concorde con quest’affermazione. “Interpol” è forse l’album con cui la band di New York ha tentato il suicidio commerciale.

In una recente intervista Paul Banks ha dichiarato di essere una persona estremamente sensibile e di mal digerire le critiche subite per “Our to love admire”. Fermo restando che probabilmente per questo disco dovrà essere pronto a subire un numero ben maggiore di critiche, sembra quasi che Banks abbia voluto vendicarsi dei giudizi avversi, sfornando un album chiuso in se stesso, volutamente difficile, pronto a respingere il tipico consumatore di musica da download abusivo, quello che se nei primi trenta secondi il disco non ti conquista, allora si getta via.

C’è chi ha detto che “Interpol” è un ritorno alle origini, ma in realtà nel nuovo lavoro non troverete sterzate rock,marchio di fabbrica del loro primo album, in pezzi come “Pda” o “Obstacle 1”. Qui tutto è ridotto al minimo, la chitarra di Kessler relegata a creare atmosfere soffuse ma senza accelerare mai, se non nel singolo “Barricades” e nel brano che apre l’album “Success”. È la voce di Banks a elevarsi sopra tutto, protagonista come non mai.

Resta il fatto che purtroppo l’album perde troppo spesso di tono. “Memory serves” e “Safe without” non lasciano segno, e le due canzoni che chiudono il lavoro, “All of the ways” e “The undoing”, sembrano onestamente lente in maniera eccessiva.

Punto di forza è però la presenza di canzoni che esaltano le doti del gruppo, come “Try it on” e la stupenda “Lights”, forse il loro miglior pezzo dai tempi dell’esordio.

“Interpol” è un disco cupo, pieno di dolore e probabilmente ha inciso nel suo sviluppo anche l’addio alla band del bassista Dengler, colonna portante del gruppo, subito dopo la registrazione dell’album.

Chi è armato di pazienza può provarsi ad avvicinare a quest’album, chi invece cerca facili melodie da canticchiare, può passare oltre. A stereo spento rimane l’impressione che si poteva fare qualcosa di più, e si spera che sia solo un disco di transizione, in attesa che il nuovo corso della band regali maggiore stabilità e tranquillità ai suoi componenti.