Iron Maiden – The Final Frontier

Iron Maiden – The Final Frontier

Il solito dubbio. La classica domanda posta un centinaio di volte, in ogni occasione in cui una longeva band, importante o fondamentale per la scena musicale a seconda dei casi, si ripresenta a distanza di anni con un nuovo lavoro. E negli ultimi anni è un evento molto comune con il "come-back" di nomi di immenso spessore artistico per i quali parlare di successo e di creatività significa fare un salto indietro di venti, anche trent'anni. È stato così nel caso dei Kiss, Metallica, Queensryche, Burzum e chi più ne ha più ne metta. Per fortuna in questo lavoraccio c'è chi si salva dal doveroso compito di restare all'altezza del proprio nome ma c'è anche chi piomba nell'abisso confermando l'idea di essere già morto e sepolto da tempo.

Come si colloca l'ultimo lavoro degli Iron Maiden? Per riassumerlo in un termine potremo dire “attendibile”. Dopo l'ultimo pacato e scialbo “A Matter Of Life And Death” e dopo l'inquantificabile numero recente di raccolte, live, riedizioni e tanto altro per rimpinguare le tasche dei già miliardari musicisti, è giunto l'atteso ritorno in studio intitolato “The Final Frontier”. Tutto è in pieno stile Iron Maiden, la copertina avveniristica che riprende Eddy (mascotte della band) svecchiato e lanciato verso lo spazio, le icone ormai eredi del precedente lavoro piazzate qua e là per aprire il sentiero al merchandising, la produzione curatissima, la tournée ormai già partita ed infine (cosa che forse i nostri eroi non hanno calcolato) le attese dei fan che raggiungono le nuvole.
In realtà dopo tutti questi aspetti, la ripresa di interi tour dedicati ai primi album (senza quindi nuove idee presentate sul palco) e dopo i rarissimi incontri in studio di registrazione dall'inizio del millennio, i fan meno emotivi e più acuti avevano già carpito la verità: nulla di grande ci si poteva aspettare da questo “The Final Frontier”.

Il sound è Iron Maiden al 100% imbottito di tanta maestria appresa negli anni ma quello che manca fin dal primo pezzo è il vero ingrediente che aveva fatto apprezzare i cinque (oggi divenuti sei) anche ai sostenitori di sonorità punk/hardcore: la velocità. “El Dorado”, il singolo, rappresenta un po' l'eccezione che conferma la regola: è graffiante e rapido, tecnicamente pulito e lo stesso Bruce Dickinson tocca diverse tonalità viaggiando tra le mutevoli forme della canzone.
Peccato che la band continui a nascondere questi ritmi lenti dietro una maturità che nonostante sia lampante non può piacere al nocciolo duro dei fan. “Mother Of Mercy” potrebbe far parte di “The X Factor” ed anche lo stesso Blaze Bayley interpreterebbe meglio il pezzo.

Tralasciando l'opener spezzata in due ma composta da entrambe parti sottotono, vediamo pochi spiragli in questo album che supera i 75 minuti di lunghezza per le complessive 10 tracce. “Coming Home” porta dietro una stanchezza innegabile, a metà tra ballad e brano rock, la lunghissima “Isle Of Avalon” risulta molto complessa e solo parzialmente godibile anche se vive di un rock alla “No Prayer For The Dying” sebbene più calmo, e di musicalità quasi prog a metà traccia. Si salva l'assolo.

Man mano che si prosegue ci si imbatte nei brani più lunghi del lotto. “Starblind” rappresenta lo scempio di idee che già quattro anni fa aveva assalito i nostri cuori, pur costituendo una composizione ben più articolata e difficilmente digeribile; “The Talisman” inizia con una sorta di filastrocca folk cantata che allude a qualcosa di epico per poi esplodere nella classica apertura maidiana ancora una volta più vicina alle ultime produzioni che alla rabbia di lavori di inizio o metà carriera.

Le ultime due tracce confermano l'idea delle composizioni intricate a cui hanno puntato gli Iron ma senza purtroppo centrare l'obiettivo. Sono tutte tracce non riproponibili dal vivo (lente e troppo lunghe), ma d'altra parte le scalette dei live saranno sempre popolate solo di vecchi successi.

Le uniche a non essere lanciate dalla famosa torre sono il sopracitato singolo e la dura “The Alchemist”, diretta e secca, priva di fronzoli, ma anche in quest'ultima non si può gridare al miracolo.
Un album per orecchie sofisticate e complesse, forse non proprio appartenenti al pubblico degli Iron Maiden.