Killers – Day & Age

Killers – Day & Age

Ebbene si, finalmente ci siamo, la creatura sta per essere partorita. D’altronde questo disco potrebbe (o poteva?) segnare da spartiacque nella carriera di un gruppo, esploso con “Hot Fuss” come una bolla inaspettata prodotta da una zanzara sul brufolo di un adolescente, e maturato con “Sam’s Town”. La band di Las Vegas pubblica “Day & Age” a Novembre del 2008 e fa subito il botto in UK.
Chi scrive ha preso in simpatia questo gruppo fin dai tempi di “Indie Rock’n Roll”, e nella difficoltà estrema prova a recensire un album carico di aspettative, partorito dal genio di Brandon Flowers accompagnato dalla produzione di Stuart Price.

L’inizio è maestoso, con una “Lousing Touch” raggiante e fastosa, pregna di trombe degne di un’opera postmoderna Di David Bowie. Flowers ti irretisce con la sua voce armoniosa e ipnotica, sottolineata dalle linee di basso di Mark Stoermer. Inizio che dà adito alle migliori speranze, tutto si mescola e si dona generosamente alle orecchie degli ignari ascoltatori. E si va avanti col singolo. Ed ecco il dubbio scettico che inizia a rodere il cervello di chi scrive: Umani o Danzerini? Rock’n Roll o Musica elettronica? Johnny Cash o Pet Shop Boys (secondo la definizione che Flowers stesso ha dato di questo brano)? Bella. Sincera.

Perchè non ammettere che in questo nuovo evo, si può essere rocker e anche dancer? Dura, ma sarà la giusta strada da percorrere. Anche a rischio di incontrare uno  Spaceman troppo commerciale ma altresì piacevole dopo due-tre ascolti in preda alle bestemmie per quel ritornello da Cristina D’Avena. Il viaggio psico-funk procede con Joy Ride. Altro pezzo che lascia di stucco e stuccati, nel senso che abbiamo dannata voglia di Rock! Mentre qui c’è un Beck edulcorato. Fortunatamente si arriva sui lidi di “A Dustland Fairytale”. Un piano iniziale che pian piano si trasforma in una creatura alata latrice di poesia e Rock.. finalmente.. Rock! Ma il dubbio è stato instillato, dobbiamo anche aprire la nostra area cerebrale Pop. Pop di classe ma pur sempre pop. Turiamoci il naso e proseguiamo su questa scialba This is Your life. Simpatica e nulla più, qualche strimpellata “à la U2” e un buon impianto strumentale.

Ma torna la troppa dolcezza. I Can’t Stay  ci getta nella danza rock. Una heavy samba di Eliana Memoria. Con Neon Tiger torniamo nella classica ballata Rock, condita sempre in una salsa che chiameremo Dancer da ora in poi. Ok l’intera opera risenta di questa salsa DAncer, troppo dolce per essere Barbecue e troppo amara per essere miele. Gustiamocela così. “The world we live in”  è il riverbero assonnato dei Queen anni ’90, proseguiamo a fatica nella melassa artificiosa in cui FLowers sembra essersi oramai impantanato. Ne usciamo con una cavalcata dai toni più cupi, quella di “Goodnight, travel Well”: finalmente una Cure al diabete pop che sembrava aver afflitto gli assassini. Ma il disco sta finendo, un paio di Bonus Tracks ci fanno ricordare la collaborazione con Lou  Reed e poi il disco è già finito.

Soddisfatti i Dancer, un po’ meno gli Human. Riuscire a sintetizzare questi due mondi apparentemente incompatibili è  comunque uno sporco e ottimo lavoro, ci son stati già precursori (dai New Order ai già citati PSB) che poi si son persi o son tornati saldamente su uno dei due lati della medaglia. Promozione a pieni voti rimandata: sarà una loro strategia creare tutta questa attesa per le prossime creature?