Kills, the – Midnight Boom

Kills, the – Midnight Boom

A due anni da “No Wow”, riecco i Kills. Una delle coppiette glamour del nuovo garage rock, Alison “VV” Mosshart e Jamie “Hotel” Hince, non potendo contare sul folkloristico appeal dei coniugi White hanno deciso di affilare le chitarre e rimettere le pile alla drum machine per creare l'album della possibile consacrazione e confermare i buoni risultati precedenti.

Questo “Midnight Boom” si apre con il primo singolo U.R.A. Fever: un duetto sexy e rozzo dal sound minimale e ondeggiante, che rivela da subito quella che sarà una delle caratteristiche del disco, le chitarre distorte e talmente tirate da non sembrare chitarre. L'insieme dei suoni, elettronici e non, crea un impasto più grintoso e meno blueseggiante del solito che, con risultati alterni, è l'obiettivo inseguito lungo tutte le dodici tracce. Tra le eccezioni, da notare il rock'n'roll facile facile di Last Day of Magic.

I beat sono minimali, impersonali e ripetitivi quanto quelli di certa new wave, sembrano ben adatti a brevi filastrocche sincopate come Alphabet Pony. A dare personalità di solito ci pensa la voce di VV, bella e grintosa e capace di una buona gamma di espressività, come dimostra in Tape Song dove non ha bisogno della sguaiatezza di Karen O degli Yeah Yeah Yeahs per alzare i toni del ritornello. La personalità della vocalist riesce, inoltre, anche a nobilitare anche il noise un po' fine a sé stesso di What New York Used to Be.

La spiazzante rozzezza del suono, ovviamente voluta, così come la scelta di creare riff quasi nascosti dall'impianto rumoristico, indica una direzione su cui i Kills possono solo continuare.
Perchè, nonostante il compitino sia svolto con rabbia ed una certa eleganza, e poche cadute di stile -la deriva dei sintetizzatori di Black Balloon dopo il suo attacco intimista, per dirne una- c'è da dire che non può essere tutto qui. Che se ascoltando M.E.X.I.C.O.C.U. ti viene in mente che ai due non potrai mai chiedere di meglio di roba rumorosa e ben ritmata di durata sotto i due minuti, ciò non vuol dire che alla fine le canzoni possano restare tutte uguali a sé stesse.

È per questo che si finisce per apprezzare, in chiusura d'album, i quattro minuti solo voce e piano e chitarra di Goodnight Bad Morning: perchè con il suo sapore antico e malinconico ricorda che il rumore non è una scelta obbligata ed esistono radici che non si dimenticano.

Il voto è d'incoraggiamento, come a scuola.