Late of the Pier – Black Fantasy Channel

Late of the Pier – Black Fantasy Channel

A un primo ascolto, quest'esordio dei Late of the Pier fa venire in mente un solo nome: Klaxons. I giovani alfieri del tanto osannato 'new rave' d'oltremanica sembrano essere più di una semplice influenza in brani come il singolo Heartbeat o Mad Dogs and Englishmen: pop futuristico, ma per come il futuro lo si poteva immaginare negli anni '80. La ricetta è semplice quanto potenzialmente micidiale, basta prendere un ritmo abbastanza incalzante da poterlo chiamare impunemente 'disco', condirlo di chitarre distorte al parossismo e tastiere dalle melodie orecchiabili, e per finire cantarci sopra con la voce più sguaiata possibile.

Poi, certo, si può argomentare che questa band di Nottingham è stata fondata nel 2001, e quindi dei Klaxons è perlomeno contemporanea, e magari ora sfrutta il momento favorevole per proporre il loro stile -del resto almeno quattro di questi dodici brani erano stati pubblicati come singoli negli ultimi due anni.

Si può anche obiettare che di certo i Klaxons non sono spuntati dal nulla, e che nessuno vieta di avere le stesse influenze di altri: e allora giù di new wave e Frank Zappa, con certe voci glam-rock e certi ritmi prog-rock. Una volta fissate, ognuno le influenze le segue come vuole, e i Late sembrano voler spingere decisamente sul pedale della provocazione progressive molto più dei Klaxons, osando di più e proponendo anche assoli di chitarra sulle ritmiche elettroniche (Broken). Certo, non sempre l'esperimento riesce, e così lo strumentale VW sembra più che altro un concerto incompiuto per chitarra elettrica e SuperNintendo.

Dal punto di vista del gioco fra tastiere e chitarre, ben riuscita la veloce Whitesnake, una delle poche canzoni in cui i cambi delle dinamiche interne del brano producono uno spiazzamento piacevole e non un senso di sovrabbondanza. Invece, se anche l'indie pop sotto acidi di Random Firl funziona molto bene, la conclusiva Bathroom Gurgle e lo strano reggae robotico The Enemy are the Future crollano presto sotto il peso del bisogno di cambiare sonorità ogni quaranta secondi.

Il disco nel complesso suona freddo, metallico e anacronistico, ma in quel modo 'cool' che s'addice tanto alla scena inglese di oggi. La ricerca ossessiva del virtuosismo e della provocazione, unita al gusto per i ritmi ballabili da classifica, porta a risultati alterni. Certo, quando trovano gli ingredienti giusti -e per esempio il riffone di tastiere di Space and the Woods rientra nella categoria- il risultato è buono, mentre ci si chiede che senso abbiano altri episodi dell'album.