Malevolent Creation – Joe Black

Malevolent Creation – Joe Black

A soli cinque anni dalla formazione e per la prima volta con la medesima line-up del precedente lavoro, i Malevolent Creation partoriscono appunto il quinto studio album della propria lunga carriera. Alla seconda opera con la formazione a quattro membri, con Blachowicz al basso e voce, ed ispirati da un Fasciana sempre tiratissimo e deciso come non mai, gli americani concepiscono un album abbastanza controverso.
Joe Black infatti non è il classico album dei MC. Non ci troviamo dinanzi, come ci aspettavamo, a 10-12 inediti sparati a velocità supersonica capaci di far impallidire i poser più incalliti. Si tratta qui di un album variegato con tre inediti, altrettante demo version tratte dal passato ed una cover degli Slayer (Raining Blood), band che ha ispirato fortemente i Malevolent, soprattutto nel corso delle prime uscite discografiche.

Ma allora qual è il fattore degno di tanto stupore? Vi sareste mai aspettato il death cavernicolo della band di Buffalo inserito in una macchina maciulla-metal, impastato con ingredienti provenienti da altri comparti musicali ed alla fine veder ottenuto un prodotto distante anni luce dalle menti degli artisti, schiaffato su un album con una bella sigla “Remix”?? Ebbene ecco cos’è accaduto a tre songs tratte dal violento Eternal (No Salvation, To Kill, Tasteful Agony) che cambiano assolutamente veste perdendo il loro grip brutale ed assumendo colori che candeggiano la dance (?!). La sensazione è quella di un incontro di lotta libera tra i Nine Inch Nails ed i Prodigy dal quale va assolutamente apprezzata l’assenza di regole ed il coraggio della sfida, ma il rischio di allontanarsi dall’impostazione principale e dai valori originari della band è limpido come un arresto in flagranza di reato

La vera questione sul se accettare questa mossa o reputarla troppo azzardata è da leggere nelle intenzioni dei precedenti lavori: da sempre i MC con il loro genere hanno trasmesso la furia e la carica che solo un live estremo riesce a generare e vederle entrambe trasposte in un’altra veste perde di impatto e, purtroppo, di significato. Argomenti come la pazzia, il desiderio dell’agonia, la Terra che si carbonizza, i mari che si colorano di rosso sangue, mal si adattano ad una batteria campionata!
Una To Kill multiforme (che sa maledettamente dei Fear Factory più blandi e mainstream) ed una Tasteful Agony che si discosta nettamente dai canoni heavy non sono utili nel convincerci della scelta (della band o dei discografici?!).

Tutt’altro discorso per gli inediti, di cui la title track riesce a rappresentarne ottimamente le gesta, riprendendo l’approccio devastante del già citato Eternal (in versione originale). Addirittura la storica Genetic Affliction (tratta dal terzo lavoro Stillborn e ripresentata qui in versione demo) ci sembra vicinissima al cammino che i Nostri riprenderanno con il successivo In Cold Blood.
Da citare le restanti due demo tirate fuori (addirittura!) dal cilindro chiamato The Ten Commandments che sancì nel ’91 l’esordio della band, quando la formazione a 5 comprendeva anche il più eclettico Hoffmann dietro al microfono.

Una fuga mentale, un viaggio astrale di una formazione che sembra assestata sui quattro membri ma che in realtà non vede mai pausa nella rotazione partecipativa e nel contributo variegato e creativo dei suoi facenti parte. Un album che intende prendere le distanze dai suoi avi, ma quanto di ciò è condizionato dal music business? Stiamo vedendo svanire nel baratro una tra le band più estreme del panorama mondiale?
Solo il tempo ci darà risposta.