Malevolent Creation – Stillborn

Malevolent Creation – Stillborn

Un anno è bastato agli statunitensi Malevolent Creation per partorire un’altra opera degna di nota dal nome Stillborn e la medesima durata è stata sufficiente per produrre un nuovo cambio di line-up con John Rubin entrato alla sei corde in sostituzione del defezionario Barret. Sarà stato questo uno dei fattori chiave per l’indurimento del sound, già scevro di compromessi nelle due precedenti uscite, una visione “extreme” che cancella via come un tifone le sonorità thrash degli esordi e traghetta i cinque verso un death metal pieno anche se dai mille spigoli.

Mentre con Retribution infatti i nostri si erano impegnati a creare sfumature capaci di distinguerli dagli avi ottantiani del thrash estremo, qui in Stillborn si apprezza il passo lungo compiuto nel nome della coerenza e della crudezza, non solo per i testi sempre cupi e diretti, ma anche per il sound poco soggetto ad false interpretazioni. È solo con i pezzi finali dell’album che si ritorna alla varietà dell’anno precedente lasciando alle prime songs il compito di presentare il combo statunitense più cattivo dell’anno.

Marquez fa sempre un ottimo lavoro dietro le pelli forgiando delle cavalcate quasi doom alternate a tempi più veloci, il tutto rafforzato da riff al fulmicotone: è questo l’aspetto preponderante dei Malevolent Creation che permette loro di distanziare band analoghe in quanto ad intenzioni ed allo stesso tempo di portare fiumi d’insegnamenti ad altre band che verranno.

Le colonne portanti restano tuttavia la voce di Hoffmann, cruda, aspra, insapore, lontana da qualsiasi forma di colore, e la mente distorta e distruttiva di Phil Fasciana che diffonde riff a tutto spiano cercando a tutti i costi di avvicinarsi alla perfezione.
Le tracce si susseguono con una velocità tale da alimentare ansia ed angoscia come un fiammifero in bilico su una cisterna di benzina (da segnalare Dominion Of Terror con il suo incedere maestoso), spezzando il fiato almeno fino alla title track che presenta una struttura più complessa, uno sprizzo di ragione in un tumulto di odio che ben presto si tramuta in disperazione con l’ingresso di un Brett fuori di senno e degli assoli che fanno a cazzotti con l’headbanging continuo richiesto.

Un forte pugno sul viso viene sganciato e si chiama Carnivorous Misgivings: pieno come il ritmo della sua strofa, muscoloso come il polso di Phil, chiaro e determinato come le intenzioni dei Nostri. Ma la qualità è destinata ancora a salire con degli inserti che spezzano il fiato durante la marcia distruttiva delle chitarre; ed è proprio così che Genetic Affliction e Discipline Of Abhorrence ci riportano indietro ai tempi di Slaughter Of Innocence, quando aperte le porte degli inferi prima del dolore si inalava il sapore del macabro.

Insomma un album della stessa alta qualità dei precedenti ma sicuramente più indirizzato ad un pubblico privo di compromessi. No melody allowed!