Melechesh – Djinn

Melechesh – Djinn

Definirei i Melechesh un gruppo più unico che raro, in quanto la loro proposta musicale è tanto audace quanto originale e stravagante! Il black metal generalmente si associa con facilità a band che provengono dalle maligne e ghiacciate lande scandinave; negli ultimi anni in realtà diverse band sono emerse da tutto il resto dell’Europa e dall’America, ma chi avrebbe mai pensato al black metal si manifestasse anche a Gerusalemme in Terra Santa? I Melechesh hanno voluto rompere questo naturale schema logico mentale poiché dietro il loro nome si cela il desiderio di far conoscere la loro affascinante cultura,gli antichi miti della Mesopotamia, popoli come gli Assiri e Babilonesi e tutta la secolare demonologia,la loro spiritualità e l’occultismo. Motivo per cui, pochi anni dopo la formazione della band, furono costretti a lasciare la loro Gerusalemme dato che per le autorità locali la loro passione per il canto degli antichi culti eretici era decisamente fuori luogo. Inevitabile la conseguente etichetta di gruppo satanico, anche se i membri della band ribadirono più volte che la loro filosofia non è proprio identificabile con il satanismo. Ed è proprio l’appartenenza ad una terra tanto distante dall’Europa ed in particolare dal nord Europa che aggiunge alla loro musica dei connotati che non sono totalmente rispecchiabili nel tipico black metal. Fin dagli esordi il leader del gruppo Ashmedi ha fieramente definito la musica dei Melechesh come “Mesopotomian metal”, ovvero un tipo di musica che ha, come influenza principale, il feeling e le sonorità tipiche dei canti tradizionali della Mesopotamia, ma tuttavia basata su un’architettura che ha molto del metal estremo: ciò plasma l’idea di fondo che dalle origini culturali arabe e si traforma nell’adattamento musicale trash/black metal. Infatti “Djinn” è un album che si presta molto allo “scapocciamento” di testa tanto caro all’ascoltatore metallaro medio, poiché è più lento e rispetto ad un album puramente black metal. La struttura di fondo è ancora palesemente trash metal,senza contare l’intento singolare (e difficile!) dei Melechesh di far sposare la musica black metal con gli arrangiamenti della musica orientale araba. Effettivamente la perfetta comunione di queste due componenti così lontane è difficile da mantenere, ed alcune tracce dell’album risultano meno riuscite di altre, ma “Djinn” è comunque un album più che appetitoso, dove risalta subito una robusta ritmica di sottofondo (con la partecipazione di Proscriptor batterista degli Absu) scheletro portante per la chitarra solista prettamente “esotica e orientale” che accompagna e coinvolge l’ascoltatore dentro il mondo singolare e esotico .E’ un lavoro dal quale non si può certo pretendere la sensazione di “gelo” che alcuni bravissimi gruppi norvegesi sanno trasmettere, anzi, ma la follia di Ashmedi dietro il microfono si scatena con un graffiante screaming che non deve tributo alcuno, e la sovrapposizione delle clean vocals accentua maggiormente il desiderio di sperimentare nuove soluzioni melodiche che ben si incastrano nella trama musicale. Le tracce più belle sono “A summoning of Ifrit and Genii”, “Wardjinn”, “Oasis of the Molten gold”,”Dragon’s legacy”, “The siege of Icachish” in cui si stagliano segmenti strumentali che richiamano le tonalità più tradizionali,mistiche e morbide,oasi di rifugio dalle veloci sfuriate di chitarra di scuola black.

In conclusione “Dijnn” è un buonissimo lavoro,con ancora qualche meccanismo da perfezionare come la durata eccessiva di alcune tracce o la non ancora matura coscienza di questo Mesopotamian metal che gli stessi Melechesh stanno ultimando di definire e collaudare. Si tratta comunque di un ottimo trampolino di lancio verso un facilmente pronosticabile capolavoro firmato Melechesh.

N.B. Non adatto all’ascoltatore black metal intransigente e conservatore che fa dei gruppi tipo Darkthrone il suo unico pane quotidiano.