Melvins – Nude with Boots

Melvins – Nude with Boots

Un cagnolino bianco, probabilmente un chiwawa, seduto, guarda fisso un punto indefinito in alto. Alle sue spalle un disomogeneo sfondo rosso, una tinta estremamente passionale su cui si staglia la scritta Melvins. Curiosa e insolita (come tante altre) la copertina del nuovo lavoro della band di Seattle che conferma, anche sotto il profilo grafico, il proprio estro e il proprio eclettismo.
I Melvins celebrano quest’anno un anniversario, a cui, nel bene e nel male, poche altre band giungono: 25 anni di carriera. Quale modo migliore per festeggiare il quarto di secolo di carriera se con un nuovo album? I 25 anni sono ovviamente un traguardo della storica coppia Buzzo-Clover, il sodalizio con i Big Business è, invece, recente, ma sembra in “Nude with boots” sia ora ben solido e affermato. Siamo quindi al secondo album con la non più inedita line up che vede chitarra, basso e doppia batteria.

Difficile non comparare, quindi, il nuovo lavoro rispetto al precedente “(A) Senile animal” considerata la medesima la line up, la medesima produzione dell’etichetta Ipecac e il maggior affiatamento dei quattro. Gli undici brani di “Nude with boost” si presentano piuttosto disomogenei nella struttura e nella lunghezza: si va dal minuto e trenta per The stupid creep a i più di sette minuti di Dog Island. Una certa disomogeneità è riscontrabile anche nel sound: si va dal veloce brano di apertura The kicking machine, uno dei più interessanti e ricchi di spunti creativi, cantato per intero dal duo Buzzo-Warren a Dies Irae, brano strumentale, caratterizzato da un incedere lungo e solenne. Si passa poi a the Smiling cobra, pezzo che richiama, per durezza del sound e per il possente basso distorto, i vecchi brani sludge metal, a It tastes better than the truth lungo, tedioso e ripetitivo brano di chiusura. C’è poi, nel nuovo lavoro, una vena anni sessanta composta dai brani Suicide in progress, l’omonima Nude with boots e la brevissima The stupid creep. Tre canzoni particolari, insolite anche per l’eclettismo dei Melvins, in cui riff e sonorità stile sixties si fondano con motivi punk e grunge. Elemento comune a quasi tutti i brani sono i ritmi piuttosto irregolari e le doppie voci fisse che si alternano ai cori – cantano tutti e quattro i membri della band – infatti.

Infine c’è la batteria. La doppia batteria, suonata all’unisono, quasi fosse un unico strumento arricchito con il delay. I due batteristi si differenziano nell’esecuzione, e qui si comprende il potenziale creativo, solo in dettagli sottili: una percussione, un crash, un piccolo fill, nulla che sorprenda dal punto di vista ritmico. Peccato che il potenziale non sia stato sfruttato a pieno! Che i Melvins non si siano esposti a sperimentazioni, magari rischiose, appare esplicito sin dal primo ascolto, ma che da musicisti con una tale esperienza difficilmente ne sarebbe venuto fuori un fiasco, appare anche questo altrettanto esplicito. Dopo un attento ascolto ci si rende conto che, anche senza rischiare troppo, le due batterie avrebbero potuto dare un contributo decisamente maggiore. La sensazione, infatti, è quella di ascoltare qualche brano inedito del precedente “(A) Senile animal”, una sensazione che lascia l’amaro in bocca. Tutto sommato, considerata la “freschezza” e la “giovane età” della band, possiamo auspicare, speranzosi, che il prossimo lavoro irromperà con sorprendenti novità.

Nel complesso un album mediocre.