Metallica – Death Magnetic

Metallica – Death Magnetic

Esistono album attesi e altri meno. Così come esistono album bramati, sognati e chiacchierati oppure criticati. Beh, Death Magnetic passerà alla storia per essere stato il primo album ad essere bocciato prima ancora di essere stato composto. Destinato a pagare le colpe del predecessore "St Anger", la nuova fatica dei Four Horsemen sapeva fin dall'inizio che al momento dell'uscita non avrebbe trovato un tappeto rosso ad attenderlo e a fargli strada.
Bastava un giretto veloce online per imbattersi in un qualche blog o forum all'interno del quale ammirare il nerd più spietato(e deluso) intento ad aizzare la folla contro il nuovo materiale della band, ascoltato poi chissaddove.
Oppure trovare in radio l'informato di turno pronto a giurare sulla inutilità di un nuovo "caso Reload" con una tracklist messa insieme tra jam e scarti di "Santa Rabbia"(brrrr..).

Se ne sono lette e sentite tante fino al giorno dell'uscita, mentre, in realtà, nessuno aveva ancora sentito ciò che avrebbe potuto giustificare tanti animosi dibattiti: nemmeno una nota del nuovo nato.
E invece, in realtà, esiste un segreto per godersi e finalmente poter giudicare questo "Death Magnetic": procurarselo, inserirlo nel lettore ed ascoltarlo. Con calma.

Tempo un paio di ascolti (più sono e meglio è comunque) e il risultato è lampante: siamo di fronte al miglior album dei metallica degli ultimi quindici anni. “Facile!” direte, data la bassezza degli ultimi lavori. Ma in realtà tra i solchi di questo dischetto è segnata a chiare tracce la strada per una nuova rinascita del combo di san Francisco: finalmente si sente di nuovo la voglia di fondere melodia e potenza con le soluzioni ritmiche più brillanti, lanciare cavalcate arrembanti, colpire duro e soprattutto di dare ai fan qualcosa di nuovo da cantare a squarciagola davanti a loro in sede live.

Certo, da qui a parlare di capolavoro ce ne passa, ma “Death Magnetic” dimostra sin dalle prime battute di essere un album onesto, costruito con maestria e dedizione, e benedetto da una buona vena compositiva.
Il contesto trasuda difatti sincerità e freschezza nella maggior parte delle composizioni, tutte molto lunghe e articolate, che, come dicevano le anticipazioni, si avvicinano nella struttura ai celebri pezzi di “And Justice for All”. E allora via a catene di riff poderosi, accelerazioni, frequenti cambi di tempo, break, e stravolgimenti vari che però non sviano mai troppo dal tema centrale del pezzo, mantenendo un alto livello di coesione, importante per consentire il tipico “scapocciamento” metallaro. Il resto fanno la solita giusta scelta melodica, assoli dal buon gusto(bentornati!!!) e un sound diretto e senza fronzoli, ben lontano dalle produzioni ultralaccate tanto in voga di questi tempi.

E i difetti? Beh i soliti detrattori avranno certamente materiale per lamentarsi delle voce di James, che cede ormai vistosamente, il drumming non eccessivamente ispirato di Lars e la discontinuità della qualità delle tracce che non raggiunge il top in tutta la tracklist(anzi..).Siamo alle solite anche per le parti di basso del nuovo entrato Robert Trujillo che, come per Newsted nei primi exploit in studio, rimangono un po’ troppo “soffocate”. Inifine, altra imputata l'eccessiva durata delle tracce che si aggira come media sui 7 minuti, veramente troppi, e ingiustificati, in alcuni passaggi.

Ma andiamo con ordine con il track by track:
Un semplice battito cardiaco spiana la strada all’arpeggio sinistro che apre le danze in “That Was Just Your Life”. Poco più di un minuto e un riff al fulmicotone spazza via l’intro risucchiandoci in un pezzo ben articolato e convincente, dotato di una decisa spinta sul piano ritmico ma che forse paga un ritornello non proprio brillantissimo.
Ritornello che invece colpisce ben più a fondo in “The End of the Line”, traccia tra le migliori dell’intero album. La canzone cammina che è un piacere poggiando su un ritmo incalzante e veloce che induce le chitarre a intessere diversi riff prima di esplodere definitivamente all’interno del break centrale strumentale.
“Broken, Beat and Scarred” pare viaggiare invece su binari appena più lenti prima che il ritornello in doppia cassa acceleri la possente marcia che le chitarre avevano innestato nella strofa. Nuova brusca impennata nel break centrale che inanella un serie di riff poderosi.

Il primo singolo dell’album invece fa storcere un po’ il naso. Dopo il buon inizio difatti, il lavoro abbraccia le atmosfere più pacate di “The Day That Never Comes”, tipica semiballad in pieno stile metallica, dall’inizio lento e coda arrembante. Il vero problema del pezzo sono le scontate linee melodiche, sia vocali che strumentali, e l’’eccessiva scontatezza che infarcisce la prima parte, tutta intenta a somigliare un po’ a “Fade to Black” e un po’ a “One”, riuscendo però solo a rendere superfluo quanto di buono sfoggia l’accelerazione che stravolge il pezzo dalla metà in poi. Un peccato.
Giunge ora fortunatamente la traccia più accreditata ad essere eletta come la regina del lavoro: “All Nightmare Long” è il pezzo che i Metallica non scrivevano più da vent’anni e che potrebbe, senza esagerare, trovare un posto in una qualsiasi delle prime grandissime uscite delle band. Tutto funziona alla perfezione, dal riff portante alla sensazione di potenza che da la sezione ritmica, dalla linea melodica della voce all’appeal di un ritornello fra i migliori in circolazione nel panorama metal moderno.

Appena un passetto più indietro per “Cyanide”, un mid tempo più semplice ma comunque potente con un refrain incisivo e un break centrale che prima apre a toni più pacati per poi esplodere in accelerazioni fragorose.
Il Grande “bug” di quest’album è senz’altro la presenza di “Unforgiven III”. Una traccia senza nè capo nè coda, che, dopo un inizio al piano, lascia il campo ad un arpeggio di chitarra abbastanza banale e a una scelta armonico-melodica scontata e in alcuni tratti imbarazzante. “Vera chicca” del pezzo l’autoplagio di “I Disappear” all’interno del refrain prima che il resto prenda il via verso una totale banalità. In una parola: perché????
La successiva “The Judas Kiss” ha se non altro il merito di riuscire a risvegliare l’ascoltatore dal torpore grazie a un appeal d’impatto e azzeccate scelte melodiche che ben si destreggiano tra i diversi cambi di passo.

“Suicide and Redempion” è l’unico strumentale dell’album, costruito su diversi riusciti riff ad incastri che accumulano tensione prima di sciogliersi nel cuore melodico centrale, terreno di conquista per gli assoli ispirati di Kirk Hammett, in realtà in vena di grandi cose in tutto il lavoro.
A chiudere i conti ci pensa “My Apocalypse”, pezzo tra i migliori, innestato su una struttura a metà tra “Battery” e “Blackned”, che risulta comunque originale e riesce facilmente a colpire nel segno per immediatezza, freschezza e spinta energetica.

In conclusione, cosa dire.. Non essendo perfetto forse non piacerà a tutti e accontenterà in parte anche i criticoni che avranno il loro materiale per poter discutere. “Death Magnetic”, in sostanza, chiede solo di essere ascoltato, senza alcun pregiudizio e poi quindi giudicato. Dopo starà a voi considerarlo davvero come l’inizio di una, almeno parziale, rinascita dei Four Horsemen oppure come un’ ennesima delusione da parte del gruppo più grande che la storia del metal, comunque, ricordi.
Mi raccomando, via i paraocchi!